Ecorubrica: “Territorio urbano. Prevenzione e salvaguardia” di Mario Tozzi

Un altro lunedì dedicato agli approfondimenti firmati dai “protagonisti della sostenibilità”. E’ la volta di Mario Tozzi, Geologo e divulgatore scientifico.

Da sempre la domanda è la stessa: perché si torna a vivere dove il terremoto scuote la terra, dove il vulcano erutta o lo tsunami si gonfia? In passato molto spesso non si conosceva la vera natura di un vulcano. Ed è perfettamente comprensibile che non si pensasse al benché minimo collegamento fra alcune precise regioni della Terra e i terremoti. O che non si sapesse che questi potessero poi causare maremoti lungo le coste. Successivamente qualcosa cambia, specie in Giappone, un Paese dove hanno compreso, prima che nel Mediterraneo, che si tratta di un fenomeno naturale frequente come la pioggia o il vento. Da noi, invece, la cultura degli eventi naturali, nei fatti, non si è mai pienamente affermata e ancora oggi vengono chiamate catastrofi naturali quelle che sono in realtà causate esclusivamente dalla presenza o dagli atti dell’uomo. Le calamità naturali non esistono, esiste solo il naturale divenire di un pianeta attivo e dinamico e la nostra incapacità di tenerne conto.

I popoli che vivevano attorno ai vulcani di tutto il mondo sapevano bene che non si doveva vivere ai piedi di quelle montagne. Secoli fa però una giustificazione c’era: piuttosto che la certezza della morte per fame, era sempre meglio rischiare la fine a causa di una nube ardente, visto che la prima poteva avvenire in ogni stagione, mentre la seconda era una probabilità meno frequente. Inoltre i territori vulcanici sono per loro natura molto fertili per via degli elementi minerali nutrienti: perché allontanarsi da una fonte di vita? Infine le colate di lava o i tufi forniscono pietre da costruzione a buon mercato in grande abbondanza, materiali spesso rari o faticosi da procurarsi altrove. Dove c’è un vulcano ci sono, in pratica, maggiori opportunità economiche rispetto ad altre zone meno anche se lì si è costretti a puntare su progetti socio-economici a corta scadenza, che tendono a realizzare profitti prima dell’aggravarsi del rischio.

Sono regioni, quelle, in cui gli uomini sviluppano una certa resistenza all’impatto dei disastri attraverso un progressivo adattamento al rischio. Tutti questi buoni motivi potevano funzionare secoli fa e funzionano alla stessa maniera oggi nei Paesi del mondo più povero. Non sono più, invece, comprensibili nel mondo ricco contemporaneo e meno che meno in Italia, dove la costruzione di edifici abusivi fino quasi dentro il cratere del Vesuvio non ha alcuna scusante relativa alla fame ¬- per fortuna oggi assente – e ha un aggravante oggettiva nella grande disponibilità di informazioni sulla pericolosità delle pendici del vulcano a maggior rischio d’Italia. Il risultato paradossale è che oggi siamo più vulnerabili di ieri, nonostante tutto il nostro preteso progresso.

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