1971: il cinema italiano scopre l’ambiente! di Marino Midena, Direttore artistico Green Movie Festival

Cinquant’anni fa il film “In nome del popolo italiano” introduce la questione ambientale nel cinema di casa nostra
Affermare che il cinema ambientale italiano sia nato precisamente cinquant’anni fa potrebbe apparire arbitrario. Con un percorso a ritroso non sarebbe difficile, infatti, individuare periodi e autori che nel nostro cinema hanno parlato del loro rapporto con la natura o raccontato la relazione della società a loro contemporanea con l’ambiente. Bastano pochi nomi a dimostrarlo: Blasetti, Antonioni, Visconti, Rossellini e De Sica. Tutti autori che ci hanno svelato, con film indimenticabili, l’occhio del cinema rivolto all’ambiente.

Ma se è vero che l’evoluzione di una specie (e in questo caso per specie intendiamo gli ecofilm italiani) in un ecosistema dipende dal conflitto che si viene a generare per la sopravvivenza, allora gli anni settanta sono sicuramente quelli in cui la questione ambientale è emersa con forza, rabbia e sofferenza, come mai prima nel secolo scorso. E se molte delle battaglie sociali avevano già trovato casa nel nostro cinema, il tema dell’ecologia conquista uno spazio di attenzione solo allora. La generazione di cineasti che si affaccia negli anni sessanta e sino ai primi anni settanta risente dell’influenza, non solo tematica ma anche stilistica, di un nuovo cinema sensibile e attento ai movimenti pre e post ’68. E’ il periodo in cui prende corpo una produzione cinematografica improntata ad un più esplicito impegno sociale e politico, capace di denunciare il fenomeno mafioso e il saccheggio delle città con la speculazione edilizia, di affrontare la questione femminile e le disparità di genere, di combattere lo sfruttamento del lavoro a partire dalle fabbriche e nelle campagne. E, in questo scenario, si affaccia timidamente, forse in ritardo, anche il tema ecologico, nonostante la questione ambientale inizi ad assumere, tra mille difficoltà e contrapposizioni, sempre più insistentemente rilevanza nel nostro ordinamento giuridico e nel dibattito politico, dando anche vita alle prime contestazioni di piazza.

In questo contesto nel 1971, Dino Risi, quello che possiamo considerare un pioniere, firma uno dei film che denunciano l’allarme della devastazione ambientale che si stava perpetrando in quegli anni in nome del progresso economico, a sancire il passaggio dalla società rurale a quella industriale. Il tema ecologico, a dire il vero, non è quello centrale del film ma ad esso vengono dedicate le immagini iniziali, determinanti poi per l’epilogo della pellicola.

“In nome del popolo italiano” esprime un forte giudizio morale verso la deriva che il Paese ha intrapreso e il magistrato Mariano Bonifazi, interpretato da Ugo Tognazzi, emette in autonomia il proprio verdetto verso l’intero Paese. L’aspetto penale e processuale relativo alle speculazioni edilizie e alle altre violazioni poste in essere dall’imprenditore Santenocito, impersonato da Vittorio Gassmann, accusato dell’omicidio di una giovane ragazza, rimangono ai margini per dare spazio alla preoccupazione per un ambiente sempre più minacciato e per un Paese allo sbando. La scena iniziale del magistrato, in riva al mare che riesce a catturare nella rete un solo pesce, detta il tema e lancia il messaggio di una situazione di depauperamento delle risorse ittiche per poi enfatizzarlo con quello ulteriore dell’avvelenamento delle acque. Il pesce liberato e rigettato in mare dal magistrato, infatti, viene ghermito immediatamente da un gabbiano che dopo pochi istanti cade e muore fulminato sulla spiaggia, ucciso dal pesce ormai tossico. Solo allora il magistrato, cercando di capire cosa fosse successo, nota un fitto strato di schiuma chimica nell’acqua. A causare gli sversamenti nocivi sono proprio i vicini stabilimenti della Santenocito Plast. La scena risulta forzata ma è comunque significativa per rilevare l’immagine culturale del rapporto uomo/ambiente che si stava formando nella società e che Risi, nel suo film, utilizza per stigmatizzare l’ideologia consumistica e amorale ormai dominante. Il film è una concreta testimonianza di come in quegli anni settanta ci sia stata una breve stagione di speranza di moralizzazione e di lotta contro inquinamenti, abusi e corruzione. Sono anni in cui prendono forza l’allarme per la situazione ambientale e la coscienza dei pericoli che minacciano la vita umana, anche grazie all’azione di alcuni pretori, come Gianfranco Amendola a Roma e Adriano Sanza a Genova, definiti d’assalto, che iniziarono a colpire gli inquinatori anche in assenza di una normativa specifica.

“In nome del popolo italiano” non resta un’opera isolata. Pochi anni dopo Luigi Comencini con “Delitto d’amore”, del 1974, incrocia il dibattito in corso nel Paese sul lavoro in fabbrica legandolo a quello della sicurezza sul lavoro: una giovanissima Stefania Sandrelli muore in conseguenza delle esalazioni a cui era stata esposta nello stabilimento in cui lavorava. La strada è aperta e poco dopo verrà percorsa da altri maestri come, tra gli altri, Olmi, i fratelli Taviani, Bertolucci, Pasolini e Piavoli.