Intervista a Chiara Braga – Segreteria nazionale Partito Democratico di Massimiliano Pontillo, Direttore Eco in città

Oggi incontro Chiara Braga, urbanista e politico del Partito Democratico, membro della Segreteria Nazionale. Eletta per la prima volta alla Camera dei Deputati nel 2008. Nel novembre 2017 è stata eletta presidente della Commissione parlamentare bicamerale d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e illeciti ambientali (c.d. Commissione Ecomafie). Nell’attuale XVIII Legislatura è capogruppo del PD nella Commissione Ambiente della Camera dei Deputati.

1) Pandemia e ambiente: un nesso difficilmente confutabile che ci indica di dover accelerare nel percorso di Agenda 2030. Qual’è la Sua opinione nel merito?

Posso rispondere subito: sicuramente sì! L’impatto che la pandemia ha avuto sulla società e sull’economia ha messo in luce tutti i limiti del modello di sviluppo che abbiamo conosciuto. Oggi più che mai dobbiamo guardare in faccia alle contraddizioni del nostro sistema economico e sociale. Ci vengono in effetti richieste scelte urgenti e coraggiose per sciogliere nodi irrisolti del passato e per rispondere a minacce inedite. Un banco di prova privilegiato è sicuramente quello dell’ambiente e della sua tutela e del legame indissolubile e indiscutibile che c’è tra sostenibilità, innovazione e lavoro. A onor del vero ha fatto molto discutere la presentazione di alcuni studi, condotti anche da università italiane, sul rapporto di causa-effetto tra grado di inquinamento e diffusione del contagio da COVID 19. Sappiamo che tutto ciò che riguarda il Coronavirus è caratterizzato da incertezza, non abbiamo contezza se il virus muta e quanto, non abbiamo una cura né un vaccino. Ma sappiamo bene che questo virus entra nel nostro corpo principalmente per tramite dell’apparato respiratorio mettendolo in grave difficoltà. È quindi probabile che abbia trovato terreno fertile in zone nelle quali i polmoni delle persone sono già messi a dura prova dall’inquinamento atmosferico. Senza contare che le aree più inquinate sono anche quelle più densamente popolate. Ed è questo proprio il caso del Bacino Padano. Nella ripartenza sarà perciò fondamentale dare centralità alla sostenibilità ambientale, economica e sociale nella definizione delle scelte di investimento che vedono lo Stato, specialmente per la fase post emergenziale, sempre più protagonista.

2) L’agenda politica è ancora “timida” sul tema sostenibilità. Pare essere importante ma, alla fine, sopraggiungono sempre altre questioni apparentemente più urgenti … Come mai?

Concordo in parte: l’agenda politica è piena di sostenibilità, nei programmi e nelle intenzioni, un po’ meno nelle azioni. Ecco perché a mio avviso una delle tante urgenze del nuovo secolo è dare risposte concrete alle migliaia di ragazze e ragazzi che vogliono impegni concreti per la salvaguardia del pianeta. L’unico che abbiamo. La grande vera sfida della politica oggi è quindi tenere a mente che non c’è scelta per l’essere umano che la salvaguardia del pianeta, la nostra “casa comune” per dirla come Papa Francesco. E’ la nostra vera urgenza assieme alla necessità di sconfiggere il Coronavirus. A tal proposito credo che la trasformazione fortemente voluta dal Partito Democratico del CIPE in CIPESS, Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile, sia un passo importante nel determinare nuove e sostenibili politiche pubbliche nel Paese.

3) Green jobs: le ricerche degli ultimi anni rilevano e dimostrano che c’è una richiesta sempre maggiore. Una legislazione più “incentivante” potrebbe meglio indirizzare e supportare una riconversione ecologica del lavoro?

In Italia, secondo le stime più recenti dell’Istat, il numero dei green jobs, ha superato la soglia dei 3 milioni, arrivando a 3.100.000 mila unità, il 13,4% del totale dell’occupazione complessiva. Un risultato raggiunto sicuramente, come sovente accade, non per la programmazione efficace dello Stato ma grazie allo spirito imprenditoriale e al genio degli italiani che spesso, al di là di piani pubblici, raggiungono obiettivi ed eccellenze tanto apprezzate nel mondo. Credo che, anche in risposta alla “fase 2” di convivenza con il virus Covid-19, incentivare anche dal punto di vista normativo lavori verdi e stili di vita sostenibili sarà una scelta obbligata. Pensiamo alla mobilità elettrica privata e pubblica, specie nei centri urbani, alla logistica, alla grande distribuzione, alle produzioni di energia rinnovabile con il prezzo del petrolio pari a zero.

4) In Italia continua a esserci un eccessivo consumo di suolo. Perchè si costruiscono nuove case quando, al contempo, sono disponibili milioni di immobili in disuso e abbandonati?

Nella Penisola secondo l’ultimo rapporto Ispra si consumano 2 metri quadrati al secondo di suolo vergine. Personalmente conosco bene la questione anche perché in Parlamento mi sono battuta perché lo stop al consumo di suolo fosse trattato con l’attenzione che merita, per le sue implicazioni ambientali ma anche sociali. Il Partito Democratico ha sta lavorando anche in questa Legislatura per arrivare a una legge nazionale contro il consumo di suolo a favore della rigenerazione urbana, per trasformare e migliorare le nostre città, con demolizione e ricostruzioni con edifici di qualità ed efficienti dal punto di vista energetico e sismico. Anche in questo ambito occorre però un cambio di paradigma sia con le Regioni sia con i Comuni. Spesso costruire è l’unico modo per finanziare la spesa dei contesti urbani, specie i più piccoli, assieme alle imprese di costruzioni. La via per la crescita economica e occupazionale in edilizia è data principalmente dal riuso e dalla qualità del costruito, anche per contrastare il dissesto idrogeologico che costa vite umane e ingenti somme per i danni correlati.

5) Questione rifiuti: ancora troppe città sembrano discariche a cielo aperto. Quando riusciremo a “rigenerarci”?

L’immagine dell’Italia sui rifiuti è descritta da un quadro a luci e ombre. E nelle ombre si annidano purtroppo anche attività criminali che proprio nell’emergenza rischiano di trovare spazi particolarmente fertili. Abbiamo punte di eccellenza nella raccolta differenziata in migliaia di comuni sia del Settentrione che del Meridione, anche con risultati superiori alla media dell’Unione Europea. Il problema principale è però ancora quello dalla carenza impiantistica per il trattamento e il recupero della materia come prevede il piano ambizioso per un’economia circolare. Purtroppo, riusciremo a rigenerarci solo quando, al di là delle appartenenze politiche e con il coraggio di scelte ponderate, sapremo guardare a viso aperto al ciclo dei rifiuti come una risorsa industriale e non come una questione che si propone con cadenza certa. Roma ne è un chiaro esempio. La capitale d’Italia, ma non solo questa, ha goduto per anni delle possibilità di rinvio delle scelte potendo usufruire di un grande buco – Malagrotta – dove gettare milioni di tonnellate di rifiuti. Una volta arrivato lo stallo è nata l’emergenza e si preferiscono usare altri escamotage per procrastinare la soluzione, ad esempio: si mandano a caro prezzo in altre zone del Paese o all’incenerimento all’estero i rifiuti in attesa di una svolta. Penso che le grandi città, oltre ad attuare un vero piano di riciclo e riuso degli scarti e a promuoverne la loro riduzione, debbano essere protagoniste di un piano nazionale di gestione dei rifiuti: un’economia di scala complessiva, risparmio delle risorse, più tutela dell’ambiente, più recupero di materie prime e seconde. Più ricavi e tecnologie che restano in Italia.