Intervista a Beatrice Brignone, Segretaria del partito Possibile, di Massimiliano Pontillo, Direttore Eco in città

Beatrice Brignone è la Segretaria di Possibile, partito fondato da Giuseppe Civati.
Nel luglio del 2015 subentra, come prima dei non eletti, alla Camera dei Deputati, in seguito alle dimissioni di Enrico Letta.
Ha fatto parte della XII Comissione Affari sociali, occupandosi in particolare di scuola, di uguaglianza di genere, infanzia e diritti degli animali.

L’INTERVISTA

Questa emergenza sanitaria da cui (forse) stiamo uscendo, ci ha insegnato qualcosa in più rispetto alle questioni ambientali?

Sicuramente avrebbe dovuto insegnarcelo. Sia rispetto alle questioni ambientali, sia rispetto a quelle sociali, che sono strettamente legate e indistinguibili. Ed entrambe naturalmente sono legate alla questione sanitaria: lo ha detto molto chiaramente il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, sottolineando come nessuna questione, a partire dalla pandemia, possa essere affrontata se non tenendo presente la sua portata globale. Per affrontare le prossime pandemie abbiamo bisogno di investire in una copertura sanitaria universale. Il virus non conosce confini, come le questioni ambientali. L’insegnamento più importante che i decisori di tutto il mondo non devono ignorare è che serve uno sforzo globale e serve ora, perché gli effetti del collasso climatico sono già qui, stanno già influendo sulle nostre vite. Ci fa giustamente impressione immaginare Venezia sommersa dall’innalzamento del livello dei mari entro il 2050, ma dobbiamo pensare che ci sono già persone in fuga dai cambiamenti climatici (desertificazione, inondazioni…) e che i migranti climatici potrebbero essere tra i 200 e i 300 milioni nel corso del secolo. La stessa pandemia di coronavirus non è disgiunta dalla questione ambientale: il nuovo termine che abbiamo imparato a conoscere, spillover, sta a significare il salto di specie del virus che da specie animali si adatta in breve tempo a colonizzare un altro ospite, ed è facilitato dall’accostamento forzato di animali selvatici e sapiens in contesti fortemente antropizzati. E a pagare il prezzo più alto, e più in fretta, lo stiamo vedendo, sono sempre le persone più vulnerabili. Ma senza soluzioni radicali, efficaci e soprattutto tempestive, è la sopravvivenza degli essere umani, tutti e tutte, che è in gioco. Insomma, la lezione è davanti ai nostri occhi, ma da alcuni segnali, a partire dai paesi guidati da governi cosiddetti “sovranisti”, ma purtroppo non solo, dire che è stata recepita è una valutazione troppo ottimistica.

Lo sviluppo sostenibile è nella sua agenda politica?

Siamo arrivati al punto in cui siamo per via di un sistema ingiusto e sbagliato, che ha alimentato le disuguaglianze di ogni genere e ci ha portati in questo presente di crisi sanitaria, collasso climatico ed estrema disparità di opportunità e condizioni tra persone e comunità. Il futuro non può continuare nello stesso solco, o non ci sarà. I cambiamenti che hanno investito le nostre vite negli ultimi mesi dimostrano che il futuro sarà sicuramente diverso: se questo significherà governare il cambiamento o esserne travolti è la domanda che dobbiamo porci e porre ai decisori globali. La politica deve guidare il cambiamento, anticiparlo anche, in modo che i paesi e le comunità non si trovino impreparate. A partire dai più vulnerabili, per il bene di tutta la comunità: non si può ragionare per compartimenti stagni, abbiamo visto come tutto è connesso. Quindi sì, siamo convinti che questa debba essere l’agenda politica. L’abbiamo chiamata Fase 3 https://www.possibile.com/fase3/, quando si discuteva di una Fase 2 che sembrava non arrivare mai, ma vale sempre: serve una nuova idea di impresa e di sviluppo che sia il contrario di quella che abbiamo, una nuova idea di politica, di sanità, di scuola, di fisco, di ricerca e di diffusione della cultura, anche una nuova classe dirigente. E la sostenibilità deve essere il primo principio ispiratore. Perché altrimenti quelli insostenibili saremo noi, gli esseri umani.

La crisi climatica è davvero poco confutabile, ma il decisore pubblico italiano stenta a fare un cambio di passo, oggi più che mai urgente. Perchè?

Le prove scientifiche che affermino che siamo in una fase di crisi climatica non mancano, e in alcuni casi nemmeno la presa d’atto – a parole – della gravità del problema. Pensiamo per esempio alla pioggia di dichiarazioni di stato di emergenza climatica che sono state approvate dietro le pressioni delle migliaia di ragazze e ragazzi scesi in piazza con i Fridays for Future. Oltre a questo, però, poco è stato fatto e sappiamo che di fronte a una questione di questa portata gli interventi timidi o parziali non sono la soluzione e, anzi, possono distogliere l’attenzione dalla minaccia che abbiamo davanti. Le ragioni di questa difficoltà a cambiare passo sono varie: la subordinazione delle decisioni politiche agli interessi economici e produttivi; l’assuefazione a una politica esitante nel prendere decisioni che vadano ad agire sullo status quo; un mancato cambio di mentalità (più ancora che generazionale) alla guida delle istituzioni. Ma manca soprattutto una visione d’insieme, proiettata nel futuro, capace di immaginare soluzioni radicali e anche fuori dagli schemi, se serve, che metta a sistema gli esempi virtuosi che oggi rimangono casi isolati e catalogati a metà tra utopia e curiosità. Soluzioni portate da scienziati e tecnici, ma che spetta alla politica finanziare e adottare, invece di preferire l’illusoria “sicurezza” della strada già battuta che al contrario sta mettendo a rischio la nostra stessa sopravvivenza.

Come Deputata si è occupata, tra l’altro, delle zone colpite dai terremoti: a che punto siamo con la ricostruzione di quelle città e territori?

Siamo al punto di non poter parlare ancora di ricostruzione, dopo 4 anni è una vergogna indicibile. Quei territori sono stati abbandonati a se stessi o, peggio, presi di mira da chi si approfitta della disperazione per fare affari. In molti comuni ci sono ancora le macerie per strada, gli antichi, meravigliosi borghi, sono luoghi fantasma, le persone vivono ancora in SAE con mille problemi, chi è riuscito a tornare nella propria casa lo ha fatto con le sue forze. Sono territori bellissimi e piene di ricchezze, che stanno morendo nell’indifferenza generale, dopo migliaia di parole al vento, di becera propaganda e di passerelle. Invito a visitarli, a godere della loro bellezza, ma con rispetto. Non come si è visto in questi giorni a Castelluccio, dove quell’opera d’arte policromatica della Natura, che è la fioritura dei campi di lenticchie, è stata presa d’assalto da orde di persone per fare la foto “instagrammabile” in mezzo ai fiori, calpestando e mettendo a rischio il raccolto.

E’ tornata in auge, e con più forza, la questione sulla parità di genere: secondo Lei la cultura sta cambiando?

Piccoli, timidi, passi inizio a intravederli da un punto di vista culturale. Basti pensare alla questione sulla statua di Montanelli. Qualche anno fa non si coglieva il problema, oggi mettiamo in discussione una narrazione tutta maschilista e colonialista. Una risposta come quelle che Montanelli diede nel 2000 oggi non potrebbe darla. E se lo facesse troverebbe una marea pronta a sollevarsi, a differenza di quanto non avvenne all’epoca. Oppure, per tornare più ai giorni nostri, quando a fine 2015 presentai la proposta di legge sulla Tampon Tax insieme a Pippo Civati, fummo sommersi da critiche e risatine. Era una battaglia ridicola. Oggi è un tema sollevato con grande serietà da quasi tutte le forze politiche, comprese quelle che all’epoca ridevano e la bocciarono. Sta aumentando la consapevolezza, ma, purtroppo, siamo ancora tremendamente e colpevolmente immobili nelle scelte conseguenti. E un Paese che vede ammazzare ogni tre giorni una donna per mano di un uomo, che la ritene cosa di sua proprietà, non se lo può permettere.

I giovani, anche attraverso il Movimento Friday for Future, hanno alzato il livello di attenzione sui temi dell’Agenda 2030. Pensa che la loro spinta possa fare davvero la differenza?

Il giovani del FFF hanno già fatto la differenza, hanno imposto che il tema dei cambiamenti climatici fosse un argomento comprensibile e urgente per milioni di persone nel mondo, lo hanno imposto alle Istituzioni e ai movimenti politici. Hanno fatto uscire questi temi dai convegni e dal vocabolario degli addetti ai lavori, rendendoli popolari, influenzando anche la generazione più giovane della loro. Non ho fiducia nell’attuale classe politica, che usa questi ragazzi per mantenere l’esistente, ma un cambiamento è già nei fatti. Stiamo ancora vivendo la coda di una politica fossile, in tutti i sensi e da ogni punto di vista la si guardi, ma la potenza di questo movimento farà la differenza per il futuro.

Dal suo osservatorio, il sistema Paese sta puntando seriamente all’innovazione, e in particolare alle tecnologie green?

Non credo che esista in questo Paese un osservatorio dal quale si possano intravedere investimenti seri e coraggiosi in tema di politiche green. E’ ritornato fuori anche il Ponte di Messina, intanto dopo milioni di slogan di togliere incentivi alle aziende inquinanti non se ne parla, è uscito fuori un putiferio solo per una cosa davvero minima come la plastic tax. Il coraggio c’è se si è liberi. Questa politica così legata al potere e in perenne campagna elettorale non è libera.

Vuole raccontarci, in sintesi, il Manifesto di Possibile?

Il Manifesto, che abbiamo recentemente integrato con il documento Fase 3, nasce come uno strumento per aggregare intorno a un progetto culturale e politico le diverse forze repubblicane e laiche del variegato mondo della sinistra. Spesso ci sentiamo dire che la sinistra deve unirsi. Ma il punto è: per fare cosa? Perché continuiamo a vedere forze politiche che al loro interno hanno tutto e il contrario di tutto. Che fanno proclami ma che poi non sono conseguenti nei voti e nelle battaglie da fare nei palazzi dove siedono. Basta guardare questa maggioranza. Dovrebbe essere la versione più a sinistra dei Governi Conte, ma sulle politiche più rappresentative delle politiche di Salvini, che sono quelle legate all’ immigrazione e ai decreti sicurezza non c’è differenza. Tranne qualche bella dichiarazione, quei decreti sono ancora lì. Quindi, noi diciamo che per unire le forze serve prima di tutto una visione di Paese e la determinazione a realizzarlo. Il Manifesto è la nostra visione di Paese, che si apre e si chiude con due valori chiave al primo e ultimo capitolo: pace e laicità. Sono i due valori fondamentali, la lente con cui guardare e con cui declinare tutte le politiche volte a costruire un Paese che rimuove ogni forma di disuguaglianza. Tra questi pilastri si declinano tutte le nostre proposte, che vede nel rispetto del Pianeta, nell’istruzione e nel lavoro giusto e dignitoso le caratteristiche principali. Ci tengo particolarmente a dire che in apertura del Manifesto noi di Possibile ci dichiariamo “femministe e femministi”. Che significa uguaglianza e lotta all’oppressione, in qualunque forma sia esercitata, contro persone, ambiente, animali. Vi invito a leggerlo sul sito di Possibile https://www.possibile.com/wp-content/uploads/2015/06/ManifestoSintesi8novembre2017.pdf

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