Giornata Mondiale dell’Ambiente

Le 4C per la rete dei Beni Comuni

Secondo le teorie sistemico-relazionali che legano il comportamento dell’individuo all’ambiente in cui è vissuto, cioè alla sua rete di relazioni, anche l’economia, il mercato e l’impresa possono trasformarsi in luoghi generativi, oltrepassando la logica di mero profitto orientata alla massimizzazione esclusiva dell’egoica sfera privata.

Diviene, pertanto, fondamentale prendersi cura delle relazioni, e quindi “degli altri del NOI”, non solo in termini di prossimità, ma in termini assoluti ed integrali, per coltivare assieme in modo etico e sostenibile l’ambiente in cui viviamo, per educarci alla “fase relazionale” dell’esistenza. L’ambiente ci concepisce tutti connessi, ci chiede di rimanere connessi, esso è un’ottima palestra per esercitare la nostra “natura relazionale”.

L’ambiente, in senso lato il Creato, è inteso come l’insieme delle risorse, materiali ed immateriali, al quale possiamo fare tutti ricorso gratuitamente, ma che va considerato patrimonio dell’intera umanità e che va tramandato alle nuove generazioni.

Beni comuni per un’evoluzione sostenibile

Le porzioni di questo preziosissimo patrimonio, le indichiamo con l’espressione di beni comuni: sono risorse che non presentano restrizioni nell’accesso, indispensabili alla sopravvivenza umana, e ci danno la possibilità di accrescimento con il loro uso. In quanto risorse comuni, tutte le specie esercitano un uguale diritto su di esse e rappresentano uno dei fondamenti della ricchezza reale.

I BENI COMUNI sono i “beni relazionali” per eccellenza, sono l’orizzonte e la strada maestra per la ricerca del bene comune e per l’evoluzione armonica e sostenibile della specie umana, la cui salvaguardia e la cui gestione ci permetteranno di comprendere, vivendola, la prospettiva della complessità. Solo grazie ad uno sguardo relazionale, condivisione e interazione, nel connubio inscindibile tra ambiente e persona, tra ambiente e specie, si potrà traguardare un modello organizzativo, ovvero una “convivenza sociale”, in cui articolare una diversa semantica del “NOI”, oltre il perimetro chiuso del “mio” e del “tuo” riconoscibili come esperienze che discendono dalle varie applicazioni di modelli piramidali, militari e tayloristici.

Appare chiaro che, in questa prospettiva, l’idea di bene comune richiama un criterio sociale. Le persone sono chiamate a risolvere assieme le fratture relazionali che abbiamo generato con l’ambiente in cui viviamo. Questo perché: “I problemi a cui siamo esposti sono problemi socialmente prodotti, e questi problemi, proprio per il fatto di essere socialmente prodotti possono essere risolti solo in una società”, vale a dire in comune. [Z. Bauman, Lo spirito e il clic. La società contemporanea fra frenesia e bisogno di speranza”, San Paolo, 2013].

Vivere la complessità

Il bene comune sociale è estremamente variegato ed aggrega in sé i diversi beni comuni che le singole civiltà, nelle varie fasi storiche e con le loro regole, cercano di raggiungere.
Raggiunta la consapevolezza storica di vivere nella complessità, in un mondo in cui tutto è connesso, la possibile “convivenza sociale”, per un “bene comune sociale” non può discostarsi da un modello di organizzazione a rete, dove le interazioni sono l’elemento più prezioso da interpretare ed animare, alla base del suo funzionamento. Le organizzazioni (sistemi aperti), secondo il paradigma della complessità, dovrebbero stare in rete con tutto!

L’organizzazione a rete legittimerebbe e sosterrebbe qualsiasi contenuto di un’opera che sussuma l’impegno di “tenere conto di come regolare l’accesso alla ricchezza reale” da parte di tutti e di “come distribuirla socialmente”.
Gli output di un’organizzazione, prodotti e servizi, ovvero i contenuti di un’opera – intesa come qualità per partecipare all’evoluzione sostenibile della specie (sia essa rispondente al sostentamento dei bisogni primari dell’umanità o alle leggi della conoscenza o alle leggi dell’utilità) – dovrebbero mirare alla realizzazione di un ambiente relazionale, dovendo salvaguardare e curare la “ricchezza reale” della quale l’opera godrà ed avrà accesso, o ne deriverà in quanto porzione di essa, ampliando le prospettive di distribuzione di tale ricchezza verso “gli altri del NOI”.

Liaison fra Beni Comuni e Organizzazione a rete

Il mio tributo al Professor Federico Butera, ringraziandolo per tutto quanto mi ha trasmesso, in particolar modo la passione per le “organizzazioni”, va nella direzione di offrire questa cerniera, liaison, fra “Beni Comuni” e “Organizzazione a rete”.
Lui, il vate italiano del modello a rete, il massimo esperto, studioso e ricercatore, lo ha applicato, raccontato in progetti e scoperte, proponendo concetti, grammatiche e sintassi, metodi di intervento per lo sviluppo della cultura d’impresa, dedicandosi molto alle piccole realtà dei distretti industriali, oltre che alle grandi del tessuto economico italiano. È stato l’architetto di organizzazioni complesse ed ha fortemente contribuito al superamento dei modelli burocratici e taylor-fordisti. Già nel 1990 propose una cultura d’impresa collaborativa, aperta ed a più livelli di governance, mostrandone il funzionamento con la pubblicazione “Il castello e la rete”, un libro-manifesto che è stato ristampato per più di venti edizioni.

Non ha mai accostato il modello a rete (di straordinaria evoluzione per una civiltà socioeconomica che si accompagna subito dopo a concetti quali la responsabilità sociale d’impresa) ad una particolare missione societaria, quella della tutela e cura dei Beni Comuni. Guardava al modello, appunto, come processo di crescita e civilizzazione sociale della specie, piuttosto che come espressione integrale tra organizzazione naturale ed organizzazione scientifica.

No alla scienza a tutti i costi

Per molti anni, tanti studiosi, hanno pensato che la “ragione” potesse (alla pari o addirittura averne la supremazia) sostenere la dialettica con le leggi della natura (molte delle quali ancora le ignoriamo). Ma lui non è mai caduto nella trappola della supremazia della scienza a tutti i costi, e del superuomo.
Come scienziato delle organizzazioni ha sempre proposto e considerato il progresso tecnologico come funzione e come leva abilitante dello sviluppo sociale ed economico, aprendo a modelli di governance partecipativi e rispettosi delle comunità con cui le medesime organizzazioni si trovano ad interagire. Ha sempre inteso la civiltà come un processo complesso che include conoscenza, credenze, arte e abitudini, le quali si acquisiscono in quanto membri di una società, civiltà capace di esprimere modelli organizzativi adeguati ad accompagnare l’umana esperienza rispetto al periodo storico che sta attraversando.

Sarebbe stato certamente consonante al suo pensiero l’accostamento della gestione dei “Beni Comuni” tramite l’“organizzazione a rete”. Ne sono convinta; e per dare un riscontro anche ai lettori, ho voluto recuperare un pezzo dei suoi scritti che lo spiegano.
E per far risuonare, ancor di più, il senso di quanto affermo ho voluto fare la premessa a questo suo stralcio di saggio, proponendovi e parlandovi dapprima della dimensione dei “Beni Comuni” (col paragrafo precedente).

Il saggio del Prof. Butera

Saggio presentato al Convegno “Lavoratori della conoscenza”, Confindustria, Roma Giugno 1997 e pubblicato nel volume Callieri C. (a cura di) “Lavoro e economia della conoscenza”, FrancoAngeli, Milano, 1998.

Un’organizzazione a rete dispone di unità e nodi, che operano su più livelli:

  • il livello dei processi generali, cui partecipano enti diversi, comunità scientifiche e istituzioni, che attengono alle dimensioni della cultura dell’economia e degli equilibri istituzionali;
  • il livello di un’agenzia (anche multiple), grande, media o piccola, che dispone di un suo sistema di diritti e di sistemi di decisioni che attengono alle dimensioni della proprietà e della governance;
  • il livello delle microstrutture (unità organizzative intermedie, team, squadre, gruppi di delega, ecc.), che attengono alle dimensioni del realizzare e accomunarsi. Baricentrica rispetto a questi livelli è la persona. La struttura della rete a tutti i livelli deve essere attivata da criteri e forme di funzionamento che consentano alle persone di operare.

Potenziare cooperazione, conoscenza e comunicazione nell’era dell’incertezza

Per questo occorre massimizzare alcune dimensioni chiave dell’agire organizzativo: la cooperazione, la comunicazione, la conoscenza, la comunità, in maniera adeguata alle strategie, al livello dell’impegno richiesto, alle opportunità tecnologiche, alle caratteristiche del sistema sociale.

Quando in una organizzazione gli obiettivi sono altamente variabili e difficili da raggiungere, quando i processi sono altamente incerti, quando la tecnologia o i processi di innovazione sconvolgono l’organizzazione, quando la cooperazione è richiesta anche fra persone in postazioni remote, quando la conoscenza diventa strategica e occorre far convergere conoscenza reificata e conoscenza delle persone, allora ogni “nodo della rete”, ad ogni livello della “rete”, dovrà potenziare non solo le conoscenze, ma anche i propri sistemi di cooperazione, di comunicazione e dovrà far convergere comunità e organizzazione.

Tutti i livelli della rete, per affrontare il livello di incertezza e cambiamenti evocati, dovranno operare come Comunità che innovano attraverso la Cooperazione intrinseca e la Comunicazione estesa di Conoscenze condivise. Questa è quella che chiamiamo “organizzazione 4C”. Tale modello è caratterizzato dalle seguenti dimensioni:

  • una cooperazione intrinseca, per cui le persone lavorano insieme con obiettivi comuni e condivisi, con comunità di pratiche;
  • una comunicazione estesa, basata su varie forme di comunicazione supportate da adeguati media e che si estende oltre i confini dell’organizzazione;
  • una conoscenza condivisa, ossia l’ampia promozione di governo fra tutti i membri del processo (sia interno che esterno alla organizzazione) di una grande varietà di conoscenze ed esperienze; la conoscenza sarà condivisa quando si manifesterà: 1) attivata nella testa dalle e delle persone, 2) un flusso visibile di condivisione e di scambio tra le persone e l’organizzazione, 3) “situata” nei team, nei gruppi di lavoro e di delega, nell’organizzazione e nella rete, 4) un attributo della comunità;
  • una comunità performante orientata all’innovazione, ossia una organizzazione razionale, e al tempo stesso naturale, fatta di organizzazioni socialmente capaci, team autoregolati, comunità che apprendono, gruppi di lavoro coesi nell’unità del fine, cooperazioni multiple.

di Cinzia Rossi Prof.ssa di Antropologia Organizzativa, Presidente Fondazione Communia, Presidente OsPTI, Referente Commissione Formazione Etica UCID Roma