Ringrazio chi di recente mi ha fatto ricordare il film cult del 1999 “Fight club”, dal quale prendo in prestito una frase emblematica per dare il titolo a questo articolo.
Vi sono un milione di ragioni per consigliare di vederlo o rivederlo, soprattutto perché ha saputo fotografare allora, cosa siamo diventati oggi. Un film un po’ brutale anche se pieno di verità sulle contraddizioni moderne, una feroce critica al consumismo, al materialismo e all’alienazione dell’uomo perso dentro gli stereotipi che gli vengo propinati ogni giorno. Un genere drammatico, cantato anche dai rapper, per definire un amore avviluppato dentro un loop che fa a botte solo con i guai. Il “fight club” è la risposta violenta ad un modo di vivere che non lascia spazio all’interiorità, ai sentimenti autentici.
Questa pellicola offre una metafora davvero impattante, a tratti grottesca e violenta, capace di descrivere ciò che ci accade e ci colpisce emotivamente e visivamente, ogni giorno, mentre proviamo a districarci tra il conformismo, il formalismo e il perbenismo. Condizioni, atteggiamenti e tendenze che isolano, consumano, mortificano, la nostra esistenza, senza che nemmeno ce ne accorgiamo, persi in una routine che non ha più senso. La vita diviene così automatica: in un mondo dove nessuno ascolta più ed il caos prende il sopravvento, si finisce per perdere il contatto con la realtà. Nel film non esiste la prospettiva di un passato glorioso, né una visione di un futuro salvifico. Così ciascuno si definisce attraverso le cose che possiede, non per quello che è, ma per quello che ha: unica realtà surrogata di noi stessi.
E proprio da queste trappole che nasce una via di fuga: “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono”.
Mi spiego e propongo: “Non è meglio farsi possedere dai Beni Comuni, così da non rimanere soli? Per rompere con l’isolamento esistenziale che ci mortifica?”.
Farsi possedere dai Beni Comuni significa farsi portare dentro la massima espressione di relazione e vitalità.
L’esperienza di Caserta
Lo scorso 5 maggio, grazie a #FondazioneCommunia, mi trovavo a Caserta dentro il “Campo Laudato si’ ”, un polmone verde nel cuore della città, a condividere un’esperienza straordinaria, con persone che per oltre 10 anni si sono fatte possedere da cose che desideravano e, alla fine, oggi le vivono e si vivono!
Hanno liberato dalla speculazione un immenso parco, riportandolo ad essere un’area fruibile per tutti i cittadini, così facendo, hanno liberato dall’alienazione anche se stessi!
E’ uno spazio vitale di pura libertà, un polo sociale e culturale, dove le persone si ritrovano assieme per co-governare, co-progettare, confrontarsi e divertirsi, senza “combattimenti”. Si tratta di una straordinaria rigenerazione urbana con la capacità di far ripartire e rilanciare il senso di comunità attorno ai principi dell’ecologia integrale per riscattare un territorio lacerato da tante contraddizioni e frustrazioni.
E’ un’area militare dismessa – ex presidio militare Macrico (luogo di combattimento!) di 33 ettari – in asse con la Reggia Vanvitelliana da cui dista solo 1000 metri, con una potente storia di oltre 400 anni.
Un grande Parco verde situato in un’area centrale e nevralgica di Caserta, in continuità urbana con: connessioni pedonali e ciclabili, piazze, luoghi di incontro informali, alberi, parchi, spazi dello sport, edifici per la ricerca e la produzione. Sono queste le peculiarità del #CampoLaudatosi’, un sistema innovativo e sostenibile di spazi pubblici per un’idea di città contemporanea basata sul principio dell’ecologia integrale che comprende le interazioni tra l’ambiente naturale, la società e le sue culture, le istituzioni e l’economia intesa come bene collettivo.
Radici e visioni: come i beni comuni ci liberano dal presente difficile
I Beni Comuni, dunque, ci danno la possibilità di rigenerarci, svincolandoci da un presente soffocante. I Beni Comuni, sono patrimoni primordiali, naturali, culturali, hanno una storia fondamentale perché ci permettono di esistere ed hanno la potenza di creare una visione per il futuro. Sono un mezzo di trasformazione perché offrono a ciascuno l’opportunità di sentirsi qualcuno, di sentirsi utile e capace di costruire il “senso” delle cose, di ridare vocazione a tutto e ripristinare il fine ultimo della vita. I Beni Comuni non generano gerarchie, ma in quanto tali i “Beni Comuni sono di tutti, oppure non sono” [citazione di Luigi Di Giacomo].
Sono l’ancora di realtà che riporta le persone a percepire sentimenti autentici nell’incontro con gli altri, protagoniste nella cura del Bene Comune riconquistato, come cura per la lacerazione interiore. Il Bene Comune riconquistato fa crollare la lotta tra sé stessi e la proiezione solo materialistica di sé stessi, che si era creata per sopravvivere. Non è un’alterazione della coscienza, ma una vera alternativa all’alienazione della coscienza. E’ un atto di riappropriazione del sé sociale e relazionale (del sé pubblio) e del sé più intimo.
Farsi possedere dai Beni Comuni è un’esperienza di conciliazione, di condivisione, è una ricostruzione di senso vitale, è un esercizio di profonda spiritualità, è un cammino verso la pace.
di Cinzia Rossi Prof.ssa di Antropologia Organizzativa, Woman On Board, Presidente Fondazione Communia, Presidente OsPTI, Vicepresidente UCID Roma






