Biblioteca degli oggetti

Biblioteca degli oggetti a Milano, l’intervista a Bianca Frasso, co-fondatrice

Leila Milano, parte della rete nazionale Leila, è una Biblioteca degli oggetti dove le persone possono lasciare o prendere in prestito gratuito oggetti di diverso tipo evitando di doverli acquistare. Un sistema innovativo basato sulla condivisione e la fiducia che promuove sostenibilità e risparmio e un progetto affascinante che sposta l’accento dal possesso all’uso incentivando l’economia circolare.

Attualmente situata nel municipio 9, tra i quartieri di Dergano e Maciachini, Leila Milano ha in programma di espandere la sua rete a tutta la città, creando connessioni sempre più ampie e solide tra i cittadini e cittadine.

Biblioteca degli oggetti : intervista a Bianca Frasso, co-fondatrice di Leila Milano

Bianca Frasso è co-fondatrice della Biblioteca degli oggetti e in questa intervista ci regala una bella fotografia di Milano fatta di tante persone che donano e di tante altre che decidono di prendere in prestito invece di comprare in modo compulsivo, uno specchio del territorio che esclude il superfluo e valorizza la cura e la responsabilità dei soci.

Qual è stata la scintilla iniziale che ha trasformato l’idea di “condivisione” e come ha reagito il quartiere a questo cambio di paradigma rispetto alla proprietà privata?

La scintilla iniziale, per noi che abbiamo fondato il progetto, è stata renderci conto che la condivisione è qualcosa che già ci appartiene come esseri umani e che semplicemente ci siamo disabituati a praticarla. I nostri nonni, ma in certi casi anche i nostri genitori, tra vicini di casa si venivano in aiuto: si scambiavano cose, si prestavano oggetti, regalavano zucchero e uova. Oggi spesso non sappiamo nemmeno che faccia abbiano i nostri vicini di casa. Scoprire che a Bologna — dove la prima biblioteca degli oggetti ha aperto nel 2016 — questo modello funziona da quasi dieci anni ci ha dato speranza e ci ha fatto venire voglia di portarlo anche a Milano. Siamo in un quartiere, Dergano, dove esiste una comunità molto attiva civicamente, unita e attenta ai temi del consumo: la proposta è stata accolta con grande entusiasmo, tanto che è stato semplicissimo trovare i luoghi — Birrificio La Ribalta, Libreria Scamamù, Alveare Culturale Studio, MAGMA Hub — che ci stanno ospitando con il solo intento di supportare il progetto. Nel concreto però non è immediato mettere in pratica qualcosa a cui non siamo abituati: c’è sempre un piccolo muro da abbattere prima che le persone si convincano davvero che prendere in prestito è pratico e sensato. Ma una volta superato il primo scoglio di diffidenza o pigrizia mentale e preso il primo oggetto, poi è tutto in discesa.

In base a quali criteri scegliete gli oggetti da inserire nel catalogo e qual è il “viaggio” di un oggetto che subisce un guasto: si ripara internamente o diventa un’occasione di apprendimento per i soci tramite laboratori?

Accogliamo tutti quegli oggetti che ha senso vengano presi in prestito per un tempo limitato (generalmente 1 mese, rinnovabile per un altro mese), con durate diverse per alcune categorie (ad esempio 3 mesi per biciclette per bambini o 6 mesi per articoli per la prima infanzia, sempre rinnovabili). Non prendiamo abiti, perché esistono già molti servizi simili, né libri o oggetti deperibili (come barattoli di vernice). Il catalogo si compone di ciò che le persone portano ed è interessante perché va a creare una sorta di ritratto del territorio, delle sue abitudini e tendenze. In generale quindi non c’è una vera e propria selezione: si tratta piuttosto di educare i soci e le socie a portare qualcosa che abbia valore, che sia in buono stato, perché questo progetto ha valore. L’“armadio comune” che stiamo costruendo ha valore. È importante accompagnare le persone a sviluppare questa idea di cura verso il progetto, farle sentire parte attiva e responsabilizzarle: questo si traduce, nel tempo, in un catalogo di qualità sempre maggiore.

Quali sono le sfide principali nel rendere questo modello replicabile e sostenibile nel tempo senza snaturare la sua missione no-profit?

Il servizio è gratuito e quindi naturalmente non porta entrate dirette, se non attraverso il tesseramento, che però non è sufficiente a coprire tutte le spese necessarie a sostenere l’associazione. È quindi necessario attivare attività di fundraising e dialogare con istituzioni di diversa natura per trovare altri sostegni, ma anche questo non può rappresentare l’unico orizzonte di sostenibilità nel lungo termine. Bisogna quindi integrare l’attività con iniziative culturali e aggregative che, oltre a sensibilizzare le persone ai valori di Leila, possano generare entrate. Non è semplice trovare un equilibrio tra il desiderio di rendere il servizio il più accessibile possibile e la necessità di essere sostenibili. Una strada è lavorare con realtà del territorio che intermediano con categorie di persone in situazione di fragilità o difficoltà economica, attivando convenzioni che permettano loro l’accesso gratuito al servizio, in una sorta di sistema che si autoregola: chi può contribuire di più lo fa, chi non può accede gratuitamente. Inoltre, tutto il lavoro si basa sul contributo di volontari e volontarie, che non garantisce sempre continuità: serve quindi un costante lavoro di coinvolgimento per avere energie sempre nuove. La chiave, in fondo, è sempre la creazione di comunità.

Milano è una città che corre veloce e dove lo spazio domestico è sempre più costoso e ridotto. La Biblioteca degli oggetti si inserisce nel dialogo con le istituzioni per diventare un servizio essenziale come il trasporto pubblico o la gestione dei rifiuti?

Stai toccando un punto fondamentale: noi desideriamo porci al pari di un servizio di welfare. Per questo il servizio che offriamo — pur essendo basato sul lavoro volontario e portato avanti da persone che nella vita fanno altro — deve essere il più possibile efficiente e capace di rispondere a bisogni reali, proprio come farebbe un servizio pubblico o un’azienda. Leila Milano è il nostro antidoto a una città sempre più escludente e individualista. Il nostro modello risponde a molte delle sfide che le città affrontano oggi — dalla sostenibilità ambientale alla solitudine — e lo fa in modo semplice e concreto. Tuttavia, non è sempre facile far comprendere alle istituzioni che possiamo proporre loro una soluzione operativa già fatta e finita: in particolare grazie all’esperienza di Leila Bologna, che in 10 anni di esperienza ha creato un gestionale di prestito disegnato sulle esigenze di una biblioteca degli oggetti, molto sofisticato ed efficiente (capace di calcolare l’impronta ecologica ed economica dell’attività di ciascuna biblioteca che lo adotta). È una soluzione completa è già pronta all’uso, che rende davvero semplice per tutti replicare il modello su diverse scale e contesti.

Quali sono gli oggetti più richiesti e cosa ci dicono queste statistiche sulle reali necessità dei milanesi? C’è qualche oggetto che vi aspettavate venisse usato moltissimo e che invece è rimasto a prendere polvere?

Siamo nate a ottobre, quindi finora abbiamo osservato soprattutto i prestiti legati alla stagione invernale. Tra gli oggetti più richiesti ci sono state le ciaspole: oggetto che tante persone acquistano immaginandosi di essere tutti i week-end sulla neve, e poi la vita prende il sopravvento e va bene se riusciamo ad andarci una volta all’anno. È proprio il caso tipico di un oggetto che ha senso condividere: prenderlo in prestito per un weekend e poi restituirlo. Abbiamo capito – ma un po’ già lo sapevamo – che le persone, per rassicurarsi o sentirsi soddisfatte e realizzate si circondano di un sacco di cose, come se solo acquistandole, acquisissimo automaticamente anche i ricordi, le capacità, e tutto il complesso portato di ricchezze che solo l’esperienza del loro uso può darci. In questo siamo un po’ buffi e a tratti ridicoli – lo dico senza giudizio, più che altro forse un misto di compassione e tenerezza. Allo stesso tempo, stiamo scoprendo che gli oggetti hanno un enorme potenziale narrativo: ogni persona ha qualcosa da raccontare sull’oggetto che porta, e metterlo in prestito significa anche mettere in circolo la sua storia, rendendo la comunità più viva e coesa. Ci sono invece oggetti che pensavamo sarebbero stati più richiesti, come quelli da cucina particolari (tajine, teglie, pentole speciali) ma forse la vita frenetica milanese non ci lascia abbastanza tempo per dedicarci a queste attività.