Comunità circolari – Il suolo ha sete. Diamogli da bere una birra! di Giuseppe Milano

“Il suolo sano, nell’intero territorio continentale, ad oggi non supera il 15% e questa percentuale deve salire al 75% entro il 2030, se non vogliamo compromettere seriamente la partita dell’approvvigionamento alimentare e della resilienza climatica”.

La presidente dell’Unione Europea, Ursula Von der Leyen, ne è consapevole e lo dice chiaramente: il suolo è una risorsa naturale non rinnovabile, decisamente dissipata e contaminata negli ultimi decenni per sostenere i diversi processi di sviluppo industriale, dal cui stato di salute dipende, però, la nostra stessa sopravvivenza per la sua capacità di erogare i diversi servizi ecosistemici e a beneficio dei quali, dunque, servono politiche innovative e creative in grado, prioritariamente, di affrontare il diffuso degrado dei terreni esacerbato anche dai cambiamenti climatici.

Il suolo, infatti, è biologicamente e chimicamente un “carbon stock”, ossia un serbatoio naturale (parallelamente agli oceani e alla superficie marina) per immagazzinare e stoccare un gas serra climalterante come l’anidride carbonica che concorre, se lasciata nel sottosuolo, ad elevarne la fertilità. Per sostenere e incrementare la produttività agricola, da perseguire con modalità naturali tali da ridurre progressivamente l’abuso dei pesticidi e dei prodotti chimici, la ricerca scientifica internazionale, da diversi anni e nella volontà di agire ove possibile nei dettami della (bio)economia circolare, sta cercando di individuare e sperimentare soluzioni smart.

L’ultima delle quali, secondo gli scienziati dell’Istituto Basco per la Ricerca Agricola e lo Sviluppo (Neiker), ha origine nell’uso razionale di alcuni sottoprodotti del processo produttivo della birra, da mischiare poi al letame: in particolare, si ricorre alla bagassa, ovvero il residuo della macinazione dei cereali, e alla colza. La ragione è semplice: il loro alto contenuto di azoto favorisce l’attività dei microrganismi benefici nel suolo, consentendo la scomposizione della materia organica come il letame e uccidendo i parassiti che danneggiano le colture. Il fine, pertanto, risulta molto chiaro: far crescere la produttività attraverso i rigenerati microrganismi del suolo. Con questo trattamento biologico, in appena 12 mesi, la resa agricola può aumentare anche del 15% e, pertanto, i ricercatori spagnoli intendono approfondire ulteriormente la materia nell’ambizione di poter ulteriormente impiegare prodotti organici per la biodisinfestazione dei suoli e l’incremento della loro fertilità, seminando l’economia circolare e raccogliendo il cambiamento sostenibile atteso.

di Giuseppe Milano, Segretario generale Greenaccord

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