Capita che episodicamente si parli dello scempio, con effetti ambientali e sanitari gravi ed ormai cronici, che l’economia criminale ha fatto della terra campana. Essendo per me ‘Conoscere per deliberare’ imperativo essenziale, credo si debba fare un punto di informazione documentata, più che mai nel tempo di ‘fake news’ e ‘greenwashing’, in attesa di guasti che la AI, se non governata e ispirata a rigorosi principi etici, potrebbe generare, rendendo indistinguibile virtuale da reale.
Aggiungo che bisognerebbe anche moderare il compulsivo impeto presenzialista di persone, anche con ruoli istituzionali, che assai poco hanno direttamente conosciuto, e men che meno davvero combattuto, lo scempio sopra richiamato.
Le origini settentrionali di un crimine meridionale: la nascita della Terra dei Fuochi
Chi attirò l’attenzione sui roghi tossici campani lungo i 25 km da Scampia a Nola, noti come Asse Mediano, fu un allora giovane Angelo Ferrillo, che ne dava conto fotograficamente chiamando i cittadini ad essere con lui attivi nel documentare una tremenda realtà che vedeva da anni industrie inquinanti del Nord conferire alla economia criminale i propri rifiuti, per decenni sin lì interrati nei perimetri aziendali o in cave e discariche compiacenti ai siti produttivi prossime, per ‘sbarazzarsene’ a basso costo rispetto a un corretto smaltimento, senza alcun freno di responsabilità sociale circa il prevedibile destino in area meridionale dei rifiuti stessi.
Attenzione crescente delle comunità dei distretti industriali settentrionali, allertate da medici di base e ambientalisti, e le relative prime azioni di controllo da parte di istituzioni rendevano sempre meno praticabile l’interramento ‘di prossimità’. Diveniva conveniente, per evitare i costi del trattamento industriale dei rifiuti ai sensi delle leggi che iniziavano a normare il settore, accettare l’offerta, da parte di ‘dona ferentes brokers’ in doppio petto gessato, di ‘sbarazzo’ dei rifiuti tramite trasporto verso altri territori.
La denuncia e l’Osservatorio
La consapevolezza del fenomeno non era ancora abbastanza socialmente diffusa. Ciò mi spinse, dopo aver vissuto l’esperienza del post-Seveso di fianco a Laura Conti, a dar vita in Legambiente Lombardia ad ONTA, l’Osservatorio Nazionale Traffici Abusivi, prodromo del ‘Rapporto Ecomafie’, e a stare a fianco del Ministro Giorgio Ruffolo nel percorso verso la costituzione del Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri.
Arrivato a Napoli nel 2008 per contrastare la tremenda ‘emergenza rifiuti’ creata ad arte per consentire alla camorra di divenire attore industriale del ciclo dei rifiuti dotandosi di inceneritori, grazie ad una ‘mangiatoia trattativista’ trasversale piena di risorse comunitarie utili ad alimentare anche flussi tangentizi, assieme a Raffaele Del Giudice, allora Direttore di Legambiente Campania, dovetti anche porre attenzione adeguata ai rischi che Ferrillo correva, fino a doverlo ‘prelevare’ dai ponti che punteggiano l’Asse Mediano dai quali fotografava gli incendi prima che spedizioni punitive in movimento lo raggiungessero.
Angelo trasferiva le immagini sue e di altri cittadini attivi nel sito di denuncia da lui ideato e gestito, la cui home page recava “L’abitudine rende sopportabili anche le cose orribili” (Esopo) e “Se non potete eliminare l’ingiustizia almeno raccontatela a tutti” (Alì Shariati). Per tutelare Ferrillo da minacce crescenti arrivammo a favorirne il trasferimento a Ferrara, con periodi anche all’estero: in anni successivi, Angelo si fece cogliere da tentazioni di ‘discesa in politica’, per cui lo perdetti di vista.
La gestione commissariale e i boicottaggi
Essendo a Napoli tutto delegato, in tema di rifiuti e non solo, a Commissari di nomina governativa, collaborai con il Gen. Giannini e poi con il Gen. Morelli per cercare di verificare, anzitutto, la logistica di movimentazione di rifiuti attrezzando gli autocarri autorizzati al trasporto con avanzata strumentazione elettronica di controllo. Nella struttura commissariale a Palazzo Salerno, in Piazza Plebiscito di fronte alla Prefettura, ritrovai il Col. De Caprio ‘Ultimo’ e Mariella Maffini, persone a me molto care con cui avevo già a lungo collaborato.
Oltre ad applicare la versione ‘Sistri’ della piattaforma ‘CheckRif*’ di gestione informatizzata dei flussi ‘origine-destinazione’ dei rifiuti ideata in ANPA da Massimo Bagatti, che brevettammo nel 2000, con ‘Ultimo’ volevamo attivare il drone che l’UE aveva inserito nel finanziamento per l’emergenza rifiuti campana allo scopo di monitorare l’Asse Mediano dall’alto, h24, e così fare prevenzione dei roghi grazie al controllo in tempo reale dei camion e furgoni che vi transitavano.
Sapevamo che la camorra utilizzava prostitute, per lo più nigeriane, come ‘sentinelle’ per allertare dell’arrivo di Forze dell’Ordine membri di comunità Rom cui competeva attizzare gli incendi, creando inoltre ostacoli fisici all’accesso ai siti in fiamme, per operarne lo spegnimento, da parte dei VV.FF.. Chissà perché, purtroppo, il drone non decollò mai, ‘Ultimo’ venne repentinamente ‘rimandato’ a Roma, i computers per gestire ‘Sistri’ giacevano ammalorati in un deposito di auto rubate, il Gen. Morelli constatò che i GPS degli autocarri autorizzati al trasporto di rifiuti venivano smantellati appena fuori dall’officina che li montava.
L’emergenza rifiuti come scelta politica
Accompagnato dall’amico Giulio Santagata, volli anche andare da Prodi a Palazzo Chigi per chiedere chi fosse l’estensore degli atti, che non condividevo, da lui emessi in materia ‘emergenza rifiuti campani’: mi disse che si trattava di un giovane pugliese, Boccia, indicatogli da Enrico Letta. Tra i Ministri del tempo, Pecoraro Scanio non si occupava che della discarica di Serre nella sua area elettorale, mentre Prestigiacomo prolungava sine die il regime commissariale, impedendo che la Regione si potesse far carico della gestione del ciclo dei rifiuti.
Si abbandonavano al degrado 7 impianti moderni, poi noti come STIR, finanziati dall’UE per il trattamento di recupero meccanico-biologico, mentre Bertolaso perseguiva i citati obiettivi ‘inceneritoristici’, a partire dalla sottrazione ai controlli, tramite militarizzazione del sito, delle emissioni del forno di Acerra, impianto realizzato a copertura, peraltro, dell’area industriale ex-Montefibre del cui sottosuolo non era mai stato mai controllato il grado di contaminazione da interramento pluriennale lì praticato di rifiuti chimici dell’attività produttiva.
La “pistola fumante” e le ritorsioni
Camorristi pentiti, poi, disvelarono le contese tra clan per la presa in carico degli altri forni previsti dagli atti commissariali, a partire da quello conteso tra Schiavone e Bidognetti in località S. Maria della Fossa, in prossimità della quale rinvenni, durante un sopralluogo a Parco Saurino, una discarica nuova e vuota, con capienza pari a sei mesi di produzione di rifiuti di tutta la Campania.
Era la ‘pistola fumante’ che certificava l’ipotesi trattativista di pezzi di Stato con i Casalesi: il sito era ‘BaSchi’, cioè Bardellino-Schiavone, e doveva servire da discarica di supporto all’inceneritore ‘programmato’ per Schiavone, per questo giacendo inutilizzata mentre l’emergenza rifiuti indotta a Napoli e in Campania riempiva i media del mondo. Mi fu difficile dare pubblica informazione del rinvenimento grazie a Daniela De Crescenzo, allora a ‘Il Mattino’: il giorno dopo la pubblicazione della notizia venne ucciso a Casal di Principe Michele Orsi, la cui ‘Ecocentro’ risultava alle indagini cerniera tra politica e camorra nell’affare rifiuti. Correva voce, tra i commenti a corollario, che l’impresa annoverasse tra i dipendenti due nipoti del Card. Sepe.
Pochi giorni dopo l’articolo subii una aggressione da quattro ‘caschi integrali’ su due moto nella centralissima via Cisterna dell’Olio, a Napoli, luogo solitamente affollato divenuto improvvisamente deserto: la DDA di Cafiero De Raho e Catello Maresca avviò le indagini al riguardo, ritenendo si trattasse di evidente intimidazione (per mia fortuna).
Il disegno criminale e l’abbandono degli impianti
A completare il disegno criminale, negli ultimi 15 anni in Campania è stata distrutta la infrastruttura decisiva per gestire i rifiuti urbani dopo i risultati positivi nella Raccolta Differenziata: i cosiddetti STIR mai utilizzati (7.550 t/g di capacità a fronte di una raccolta di indifferenziato di circa 5.500 t/g) alla fine sono stati dati a fuoco.
Gli impianti di compostaggio, a partire da S. Tammaro, sono in stato di abbandono e quelli di depurazione, di reflui sia civili che industriali (16 impianti di trattamento chimico-fisico nelle ASI campane, mai messi in funzione), spesso non venivano neppure sottoposti a normale manutenzione. Ritenevo priorità particolarmente inquietante la situazione delle mancate bonifiche, da parte del Commissario delegato, dei siti contaminati, anche dei più critici della Terra dei Fuochi, da Lo Uttaro alla Resit di Cipriano Chianese.
L’orrore dei laghetti e Bagnoli
Arrivai a dover assistere all’umiliante balbettio di un tecnico comunale che cercava di giustificare l’inquietante concentrazione di Piombo nei terreni di competenza del suo Ente Locale sostenendo che erano molto frequentati da cacciatori. Raccolti rocambolescamente campioni di acque dei laghetti di Castel Volturno, li feci analizzare a Roma da tecnici di valore della ex-ANPA: in quelle vecchie cave tombate di rifiuti tossici, a volte inclusi gli autocarri che li avevano lì trasportati, e poi colmate d’acqua, emersero concentrazioni impressionanti di composti cancerogeni.
Proposi senza successo al Commissario di vincolare, militarizzandola, tale area: seppi poi che nelle aree ripariali dei laghetti, controllate dalle famiglie criminali, capicosca si costruivano loro ‘resort’, promuovendo anche attività di pesca e ‘diving’ e arrivando a far nuotare i propri figli e familiari in quelle acque da loro stessi lordate. Riguardo al sito di Bagnoli (Na), l’amico Gianni Squitieri, al tempo dirigente competente per Invitalia, abbandonò il campo quando sentì il Ministero proporre di portare i detriti contaminati a Piombino (Li) per destinarli al riempimento di cassoni in cemento per i nuovi moli in quel porto.
Assenze…
Riuscii comunque a portare la Regione, nonostante i poteri fossero ancora in capo a strutture commissariali, ad approvare il Piano Regionale di bonifica dei siti esposti ad elevato inquinamento ambientale e dannosi per la salute pubblica. Il Piano prevedeva priorità d’intervento a Lo Uttaro, nel comune di Caserta, area in cui negli anni furono sversati milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi, Napoli Est, i laghetti di Castel Volturno, la Masseria del Pozzo a Giugliano e i Regi Lagni, sui quali lanciai con Andreas Kipar un programma di risanamento e riqualificazione cui le successive Giunte regionali non diedero colpevolmente attuazione. In tale contesto, è facile constatare come molti di coloro che in successivi ruoli istituzionali di rilievo si sono rappresentati come ‘scopritori’ del fenomeno ‘Terra dei Fuochi’ non c’erano, a Napoli, e se c’erano “dormivano”.
L’allarme sanitario nella Terra dei Fuochi e le evidenze scientifiche
In mancanza di un rigoroso Registro Tumori, fondamentale è stata ed è, in mezzo agli orrori descritti, l’azione competente e coraggiosa dell’amico Prof. Antonio Marfella, medico di valore, e dei suoi colleghi di ISDE, che denunciarono incessantemente le conseguenze di quanto descritto a carico della salute delle popolazioni, con un aumento del 9% della mortalità maschile e del 12% di quella femminile, nonché l’84% in più di tumori di polmone e stomaco, linfomi e sarcomi, e malformazioni congenite soprattutto nel casertano e nel napoletano.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità parlava di un costante aumento di patologie cancerogene: nel territorio da Acerra e Nola a Marigliano, l’indice di mortalità (morti/anno ogni 100.000 abitanti) per tumore al fegato sfiorava 38.4 per gli uomini e 20.8 per le donne, contro una media nazionale di 14: i dati epidemiologici peggiori si registravano appunto nel territorio nolano-acerrano a conferma della maggiore superficialità delle falde e degli sversamenti di rifiuti tossici da parte dei Casalesi. Studi scientifici riscontrano ancora oggi concentrazioni anomale di sostanze tossiche nelle piante coltivate in queste aree sono state: il danno ambientale impatta quindi su salute, natura, agricoltura, diritti del lavoro.
La strada per la bonifica e la ripartenza
La procedura di infrazione e la condanna irrogata da Bruxelles al nostro Paese in tema di mancate bonifiche hanno indotto il Governo a nominare un Commissario ad hoc nella persona dell’amico Gen. Vadalà. Purtroppo deve essere chiaro a tutti che per ripulire davvero la ‘Campania Infelix’ occorrono una serie di misure quali:
- ripristino della legalità e controlli seri da parte di Agenzie trasparenti e indipendenti;
- una Pubblica Amministrazione all’altezza della sfida;
- una documentata capacità progettuale e ingegneristica;
- una struttura industriale di impianti di trattamento in linea con le BAT (migliori tecnologie disponibili);
- una rete epidemiologica e terapeutica efficiente;
- la partecipazione costante di cittadini responsabili e attivi;
- una allocazione prioritaria delle risorse finanziarie necessarie.
Il tutto in un contesto di programmazione che non può che essere almeno decennale, stante estensione, pervasività e pericolosità dell’inquinamento della Terra dei Fuochi. Altrimenti assisteremo alla perpetuazione dell’attuale scenario di ‘turismo dei rifiuti’ governato da imprese di trasporto spesso non virginali e mancata risposta efficace alla domanda di tutela della salute pubblica da parte delle comunità aggredite dagli effetti della dominante finanza criminale, come spiego qui:
di Walter Ganapini, membro onorario Comitato scientifico dell’Agenzia Europea dell’Ambiente






