CSRGATE, Puntata 5, “COSA CHIEDONO CLIENTI E FINANZIATORI? L’AFFIDABILITÀ DELL’IMPRESA DIETRO L’ETICHETTA” di Raffaella Papa

Prendendo spunto dall’omonimo libro pubblicato a giugno scorso, l’autrice propone un ciclo di appuntamenti per riflettere sulle opportunità legate all’AGENDA 2030 e sugli strumenti a disposizione delle nostre PMI per superare la crisi, partendo da un assunto, ormai incontrovertibile: “nessuna impresa può prosperare in un contesto depresso”.
Una lettura “leggera” dell’idea di cambiamento dedicata alle PMI che intendono attivare il CSRGATE per mettersi in viaggio o predisporre la virata, suggerendo come impostare la bussola, definire i punti mappa e predisporre le dotazioni di bordo. Ma con una certezza, da qualsiasi punto parta il viaggio, una volta iniziato, è destinato a generare una somma di ricadute positive e di vantaggi competitivi tali da non voler più neanche immaginare alcun cambio di rotta.

Puntata precedente

Abbiamo anticipato nelle scorse puntate alcuni dei trend che confermano come la sostenibilità abbia acquisito “finalmente” il ruolo di fattore imprescindibile per affrontare le sfide globali favorendo nel contempo la crescita ed il successo delle nostre imprese. Soffermiamoci ora sull’evoluzione del concetto di qualità. La valenza del binomio “tradizione e innovazione”, del saper fare e farlo al meglio, la conosciamo già; ha da sempre caratterizzato le produzioni made in Italy. Concetti che ora però non bastano più a qualificare un prodotto/servizio migliore di altri. Ad essi devono essere affiancati quelli di responsabilità e sostenibilità per essere definiti qualitativamente superiori. Fattori che devono essere riconducibili non solo ai beni proposti sul mercato ma anche, e soprattutto, all’impresa che sta dietro l’etichetta, al suo modo di relazionarsi con dipendenti e fornitori, di tutelare clienti e consumatori, di gestire i suoi impatti sull’ambiente, di partecipare alle dinamiche di sviluppo del territorio in cui opera e di dare conto, con una comunicazione puntuale, chiara e trasparente dei risultati del suo operare.

Un più ampio concetto di qualità che integra quello di affidabilità destinato ad influenzare sempre di più le dinamiche di acquisto da parte del consumatore-utente, spinto per motivazioni etiche o da preoccupazioni, per esempio, in tema di salute e sicurezza personale e/o dei suoi cari verso una crescente sensibilità alle tematiche socio-ambientali, e di investimento da parte del mondo finanziario, doverosamente orientato all’abbattimento dei rischi che possono minare il capitale allocato e che legge la capacità dell’impresa di integrare la sostenibilità nel suo modello di business come leva ormai indispensabile per mitigare proprio il monte dei rischi legati alle attività dell’azienda.

A supporto di clienti, finanziatori ed altri stakeholder, nelle loro valutazioni proprio sul livello di affidabilità dell’impresa, concorrono i cosiddetti Criteri ESG su cui poggiano i giudizi – rating di sostenibilità – elaborati da soggetti terzi “indipendenti”. Enviromental, Social e Governance sono infatti le tre principali aree di riferimento in cui l’impresa porta avanti le politiche per una gestione responsabile e sostenibile delle sue attività, al fine di gestire i rischi, legati a impatti e ricadute, in relazione ai diversi stakeholder coinvolti. Anche i risultati di tali performance concorrono a definire il livello di affidabilità dell’impresa, nel rapporto tra impegni dichiarati e risultati effettivamente raggiunti per migliorare gli impatti aziendali e che sono oggetto di specifica rendicontazione agli stakeholder nell’ambito del Bilancio Sociale o Bilancio di Sostenibilità, pubblicato in affiancamento a quello di esercizio, di natura prettamente economico-finanziaria.

Al rating sul merito creditizio, legato alla capacità di un’organizzazione di far fronte ai propri debiti e comunemente adottato dal mondo finanziario per definire il profilo dei rischi associati all’impresa, si affiancano rating legati agli aspetti ESG, come il Rating di Sostenibilità ed Rating di Legalità, venuti di recente alla ribalta in virtù dell’importante accelerata che ha avuto il mondo della finanza verso investimenti socialmente responsabili e a sostegno delle imprese virtuose.
Emessi da private agenzie di rating, specializzate nella raccolta e nell’analisi dei dati sulle performance delle imprese e da queste “ingaggiate” al fine di fornire agli investitori le informazioni utili a prendere decisioni di investimento consapevoli, i rating di sostenibilità sono oggi oggetto di un ampio dibattito, non solo a livello accademico, sulla necessità di una maggiore trasparenza e comparabilità nei criteri di valutazione ed attribuzione.

Tema di particolare interesse, che è stato oggetto di confronto nella seconda giornata di lavori del CSRMed 2020 dedicata a “Finanziare lo sviluppo sostenibile” (guarda il video) e che sarà al centro di un’importante sessione nell’ambito della IX edizione del Salone Mediterraneo della Responsabilità Sociale Condivisa, in programma a Napoli dal 27 al 29 ottobre p.v. per fare il punto sulle azioni intraprese dall’ESMA, l’European Securities and Markets Authority e dalla Consob, nell’attesa che entri in vigore nel 2022 la Tassonomia Europea sulla sostenibilità, al fine di favorire una maggiore canalizzazione di risorse verso le attività sostenibili.

Un riflessione a latere merita il Rating di Legalità. Introdotto dal Decreto Crescitalia nel 2012, rappresenta l’unico indicatore etico riconosciuto e disciplinato dall’ordinamento giuridico italiano, rilasciato “gratuitamente” dall’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato (AGCM), con chiari e trasparenti metodi di misurazione ed un elenco pubblico liberamente consultabile. Alle aziende che, in possesso dei requisiti richiesti, ne ottengono l’attribuzione da parte dell’Autorità, la legge attribuisce vantaggi e premialità nell’accesso ai finanziamenti pubblici e la credito erogato dalla banche. Possono farne richiesta di attribuzione solo le imprese italiane, con almeno due anni di iscrizione al Registro delle imprese e con un fatturato non inferiore a due milioni di euro nell’ultimo esercizio. 8500, le imprese cha a marzo 2021 sono presenti nell’elenco pubblicato sul sito dell’Authority.

Il rating di legalità, nel dare evidenza di un impegno prima di tutto etico per una gestione responsabile dell’impresa nella relazione con i suoi stakeholder, descrive del resto quali misure e “provvedimenti” sono stati adottati in campo Enviromental, Social e Good Governace: dalla adesione ai principi del Global Compact — ed altri riferimenti internazionali — all’adozione di Codici Etici e modelli organizzativi per la prevenzione dei reati ex 231 e della corruzione, dalla implementazione di sistemi di gestione in tema di sicurezza e ambiente all’adozione di politiche a tutela del cliente/consumatore, dalla redazione e diffusione di Dichiarazioni non finanziarie, come il bilancio sociale o di sostenibilità revisionato da parte terza, fino alla previsione di indici di sostenibilità. Ergo, il Rating di legalità è un RATING ESG a tutti gli effetti ed in un contesto di proliferazione di indicatori simili attribuiti però da soggetti terzi (privati), assume di certo maggior valenza la sua “emissione” da parte di un soggetto garante con lo Stato italiano.

Uno strumento particolarmente prezioso che dovrebbe trovare la sua più amplia diffusione ed applicazione soprattutto ora, in vista della massiccia erogazione di finanziamenti e contributi legati al Recovery Fund ed al PNRR, varato dal Governo Draghi. Uno strumento concreto, utile a tenere alta l’attenzione in tema di legalità in una logica di trasparenza, volto a premiare ed incentivare quell’economia virtuosa che si riconosce nella condivisione di un unico sistema di valori, basato sul rispetto delle leggi e delle regole democraticamente poste, sulla tutela dei diritti fondamentali della persona e dell’ambiente come pilasti fondamentali per ricostruire il nostro modo di essere comunità.

di Raffaella Papa, Presidente Associazione Spazio alla Responsabilità