Grazie a un’operazione complessiva intorno ai 5 milioni di euro, dopo essere stato completamente recuperato, ha recentemente riaperto al pubblico l’ex Opificio della Ditta Medici di Roma, un tempo laboratorio per la lavorazione dei marmi, fondata più di un secolo fa e oggi diventato L’Opificio Italiacamp (Via Luigi Pierantoni 2 A – zona Marconi).
Un luogo simbolo, da cui sono uscite lavorazioni che hanno contribuito alla realizzazione delle pavimentazioni della Basilica di San Pietro, della Cappella Sistina, della cattedrale di Westminster a Londra, delle sale del Quirinale, del Parlamento italiano, tra i tanti altri.
Da spazio per la lavorazione di marmi pregiatissimi a spazio da 2000 metri quadrati di superficie, di cui 800 all’esterno con un suggestivo giardino, aperto alla partecipazione dei cittadini, restituito alla comunità grazie all’impegno di Italiacamp, organizzazione che promuove progetti a impatto sociale e che vede tra i soci Poste italiane, Ferrovie dello Stato, Unipol Assicurazioni, RCS Mediagroup, Invitalia e TIM.

L’intervista a Fabrizio Sammarco, AD Italiacamp
Della riapertura dell’ex Opificio della Ditta Medici di Roma ne abbiamo parlato con Fabrizio Sammarco, Amministratore delegato di Italiacamp.
Anzitutto qualche informazione su Italiacamp: quando siete nati e di cosa vi occupate?
Italiacamp nasce nel 2010 come un’associazione di studenti universitari, in un momento in cui il divario tra società civile, classi dirigenti e istituzioni si stava allargando. In questo contesto, l’obiettivo era sviluppare idee che colmassero questa distanza, mettendo insieme giovani, professionisti, imprese e istituzioni. Nel 2012, Italiacamp amplia la propria azione con la nascita di Italiacamp srl. La nuova realtà intende valorizzare le competenze e le sinergie costruite negli anni precedenti per creare progetti che, sempre nella logica di connettere attori differenti, possano generare impatti economici e sociali concreti. Ancora oggi questa è la visione che guida l’operato dell’organizzazione, anche con la nascita, nel 2022, di Italiacamp EMEA che opera tramite gli Hub for Made in Italy di Dubai e Abu Dhabi, valorizzando le eccellenze italiane nei contesti globali.
Da chi nasce l’idea di rigenerazione dello storico Opificio della Ditta Medici e in quale contesto si inserisce?
Eravamo alla ricerca di una nuova sede per l’organizzazione che non fosse solo uno spazio di uffici, ma un luogo aperto alla città, un luogo in cui le connessioni e le esperienze generate negli ultimi 15 anni potessero trovare una “casa”. Quando abbiamo visto l’opificio della Ditta Medici siamo rimasti affascinati dalla sua storia, troppo poco conosciuta e che meritava un nuovo capitolo per la città di Roma. Abbiamo pensato potesse essere uno spazio che, lasciando viva l’eredità della Mira Lanza e della Ditta Medici, diventasse un luogo di innovazione, cultura ed eventi. Un luogo che in passato ha visto competenze e maestranze lavorare il marmo e le pietre dure, trasformandole in opere di pregio destinate a Roma e al mondo. Un luogo di capacità, cura e trasformazione che abbiamo voluto raccogliere, in coerenza con la nostra idea di formazione, che crediamo possa essere uno strumento capace di trasformare il potenziale delle persone in valore concreto per la comunità.
Cosa ha previsto e cosa ha comportato l’intervento di recupero?
Quando siamo entrati nello spazio, l’abbiamo fatto con una promessa all’ultima erede della Ditta Medici, Priscilla Grazioli Medici: lasciare vivo lo spirito del luogo. Questo è quello che ci ha ispirato. Sotto la guida dello Studio Lococo, che ha curato il progetto di recupero architettonico e di restauro, abbiamo mantenuto l’eredità di questo luogo speciale: ogni frammento, ogni dettaglio è stato recuperato e trasformato, in un dialogo continuo tra memoria, sostenibilità e innovazione. Non sono stati realizzati interventi invasivi sullo spazio che è rimasto pressoché immutato, tutti i “tesori” rimasti sono stati valorizzati: antiche colonne, stemmi in gesso, campionature di marmo, pavimentazioni. Gli architetti hanno messo bene in mostra le parti “aggiunte” e hanno valorizzato l’eredità del passato: le pavimentazioni delle due grandi sale eventi, che una volta erano il laboratorio dove si tagliava e lavorava il marmo ed erano di cemento, ora sono fatte con una palladiana realizzata con gli scarti dei marmi rimasti stoccati all’interno dell’opificio.
Il processo di rigenerazione dell’Opificio è un esempio di collaborazione e ascolto del territorio: quali sono stati i soggetti coinvolti?
In primo luogo, con l’XI Municipio c’è stato subito un rapporto di collaborazione, loro sono stati molto presenti perché hanno subito capito la sfida di restituire alla città un luogo ricco di storia e fascino che in pochi conoscono. E poi i rapporti di “buon vicinato” con il Teatro India, una realtà per certi versi complementare al nostro progetto e anche con l’Istituto Papareschi che usa spesso le nostre sale eventi come “propagazione” della loro struttura. In generale, abbiamo cercato di calarci in un territorio e in una comunità di confine, che intercetta 4 zone diverse di Roma – Marconi, Ostiense, Trastevere e Testaccio – e che si sta ridefinendo, grazie a una serie di interventi che sono di rigenerazione urbana ma devono essere, e saranno, necessariamente anche di rigenerazione sociale, perché le due cose vanno sempre di pari passo.
Data l’importanza storico artistica della struttura quali sono state le prescrizioni e in che rapporti siete con la Sovrintendenza?
Ancor prima che gli architetti dessero il via ai lavori abbiamo iniziato a collaborare con la Sovrintendenza per tutelare al meglio sia la struttura che le opere di pregio che erano custodite all’interno dello spazio. Al di là dei tecnicismi su materiali e volumi, c’è stato sin dal primo momento un rapporto di collaborazione, apertura e reciproca comprensione: tutte le attività sono state condivise con la Sovrintendenza nel rispetto dell’immobile e della configurazione originale degli spazi.
Tra i vostri obiettivi ho letto che parlate di far partire una Scuola dell’Umano. Cosa intendete in concreto, quali saranno gli utilizzi futuri degli spazi e chi se ne occuperà?
L’Opificio sarà, tra le altre cose, anche la sede dei percorsi di Scuola dell’Umano, un progetto incentrato sulla formazione a cui Italiacamp lavora da diverso tempo e che nei prossimi mesi vedrà ufficialmente la luce. Parliamo di percorsi che rimettono al centro l’”Umano”, le Humanities, per sviluppare le competenze necessarie per affrontare un mondo sempre più complesso. Se fino a qualche tempo fa, bastava “saper fare”, oggi alle competenze del saper fare bisogna aggiungere le competenze del “Saper essere”: essere in grado di interpretare e anticipare i cambiamenti di un mondo in continua trasformazione. Nella Scuola dell’Umano, terremo insieme le neuroscienze con i percorsi sulla diversità, l’impatto sociale con i future studies, un ventaglio di temi e discipline, utili per formare persone (e organizzazioni) in grado di vivere (e lavorare) criticamente, migliorando i propri risultati.





