Il Joint Research Centre UE ha recentemente pubblicato un rapporto sul degrado del territorio e la desertificazione in Europa, distinguendo due fenomeni collegati, ma non coincidenti. Per degrado del territorio si intende la riduzione persistente della capacità del suolo e degli ecosistemi di sostenere la vita, le attività umane e servizi essenziali come la produzione alimentare, la regolazione dell’acqua e la conservazione della biodiversità.
La desertificazione è invece il degrado che si verifica nelle zone aride, semi-aride e subumide secche per effetto congiunto delle variazioni climatiche e delle attività umane, non indicando necessariamente l’avanzata di un deserto nel senso comune, ma la perdita progressiva di fertilità, produttività e funzionalità ecologica dei territori sottoposti a scarsità d’acqua.
La situazione in Italia e l’urgenza dei servizi ecosistemici
In base a queste definizioni, il 14% circa del territorio italiano è in condizioni di desertificazione, incluse zone insospettabili come parte dell’Emilia-Romagna, in un Paese che ha solo il 20% di territori pianeggianti, quasi tutti nella Valle del Po, a fronte dell’80% di territori appenninici ed alpini, affetti da inquinamento massivo, da un lato, e degrado ed abbandono dall’altro, a seguito di pratiche non sostenibili di gestione del territorio, canalizzazione delle acque, terrazzamenti, rotazione delle colture.
L’evoluzione del paesaggio fotografa gli effetti del modello di sviluppo dissipativo su territori intesi come sistemi complessi e stratificati in cui natura e cultura si fondono, plasmati nel tempo dalla storia delle civiltà succedutesi. Risulta oggi ineludibile perseguire la Transizione, ancor più grazie alla introduzione del concetto di ‘servizi ecosistemici’, benefici che gli ecosistemi naturali offrono all’essere umano e da cui dipende la nostra sopravvivenza.
Tali sono l’approvvigionamento di beni materiali ottenuti direttamente dalla natura, come cibo, acqua dolce, legname e fibre, regolazione attraverso processi naturali che mantengono l’equilibrio del pianeta e del clima, tra cui assorbimento di Anidride Carbonica da parte delle foreste, purificazione di acqua ed aria, protezione dal dissesto idrogeologico, benessere psicofisico grazie ai benefici immateriali e culturali che migliorano la qualità della vita, come le attività ricreative, ecoturismo e ispirazione artistica o spirituale, supporto delle funzioni fondamentali che rendono possibili altri servizi, come formazione del suolo, fotosintesi, ciclo dei nutrienti.
Economia circolare e tutela globale dei suoli
La rapidità crescente con cui vengono consumate-sprecate le risorse rende necessario ed urgente un cambiamento di rotta nel senso dell’adattamento del ritmo di utilizzazione delle risorse una volta utilizzate, in logica di Economia Circolare. Ciò risulta oggi ancor più necessitato per i rischi che il ricorso deregolamentato e non etico a strumenti di Artificial Intelligence può determinare.
In Italia il 28% dei terreni coltivabili è andato perso negli ultimi 25 anni e oggi l’equivalente di un campo da calcio di suolo è eroso ogni 5 secondi da cementificazione mentre l’impatto sanitario delle ‘ondate di calore’ nelle città spinge prime Amministrazioni a depavimentare strade e piazze per la riforestazione urbana e periurbana.
Un terzo dei suoli mondiali è soggetto a degradazione: con il tasso corrente di erosione si stima che circa il 90% dei suoli sarà a rischio entro il 2050 con tremende conseguenze sulla sicurezza alimentare globale: l’attenzione delle Agenzie internazionali si concentra anche sui pascoli che coprono oltre la metà delle terre emerse e sostentano circa due miliardi di persone. Occorrono conoscenza di suoli e biodiversità, protezione di funzioni e capacità di resilienza, ripristino di terreni degradati da di urbanizzazione, erosione, acidificazione, inquinamento chimico e impoverimento dei nutrienti, recupero che richiede fino a 1000 anni per formare circa 3 cm di terra fertile.
Criticità del modello ultraliberista e necessità di una nuova economia
Dalla integrazione tra tematismi ambientali e politiche di sviluppo deve venire la soluzione: gli effetti del modello dissipativo sono assoggettati alla “Legge dei rendimenti decrescenti”, per cui il costo sociale di riparazione dei danni e ripristino risulta di gran lunga superiore agli ingenti profitti privati generati, ma gli interessi sottesi al modello economico ultraliberista hanno sin qui prevalso, portando all’incremento esponenziale di disuguaglianze e povertà in nome del massimo profitto di pochi, interessi che speculano sui crediti verdi a favore di chi accumula enormi fortune vendendo diritti ad inquinare, dedicandosi ad imprese come il turismo spaziale, dove le emissioni di una singola missione sono paragonabili a quelle che un miliardo di persone nei paesi poveri producono nell’arco dell’intera vita, sbornia autodistruttiva di chi intende lanciare nello spazio 42.000 satelliti, a fronte di 8.000 totali in orbita in carico a governi e istituzioni.
La concentrazione della ricchezza ha raggiunto valori che aprono una voragine mentre ogni giorno cresce la connessione dirompente dei fattori sistemici delle crisi climatica, bellica, pandemica, finanziaria ed industriale in atto. La necessità di pensare e concretizzare una nuova economia diventa sempre più urgente, per ridare centralità a persona e relazioni umane chiamando all’impegno per la “Transizione” comunità, imprese e discipline scientifiche, ancor più nel momento in cui verifichiamo come le conquiste culturali e normative di decenni di impegno per il cambiamento, dal disegno di un vero Green Deal e dalla introduzione di criteri ESG nella governance di sistemi economici e finanziari fatte arretrare con strategie di greenwashing nella comunicazione, induzione di inactivism delle istituzioni, abuso di innovazioni deregolate.
Riassetto idrogeologico e rigenerazione edilizia: il nodo del welfare contro la destertificazione
Si assuma come caso di studio il riassetto idrogeologico, intervento prioritario da affrontare su scala ampia, inevitabilmente legato alla rigenerazione edilizia. In tema di rigenerazione la Direttiva Europea Case Green è la parte più “sensibile” della transizione ecologica: entro il 2050 tutti gli immobili dovranno essere a emissioni zero.
Il “nodo” è il parco residenziale, quello italiano più di altri: i cementi armati dei fabbricati degli anni ’50 -’70 sono “scaduti”, e si tratta di “sostituire” da 1 a 2 miliardi di mq di costruzioni, investendo 4.000 miliardi di Euro. In Italia ci si deve quindi interrogare su come “costruire” e “ri-costruire”, per di più con un sistema idrogeologico al collasso: la rigenerazione edilizia necessita di decisioni, lavoro, “permitting” delle Amministrazioni pubbliche, superando vincoli che il tempo ha trasformato in un groviglio del quale non si rintracciano logica e legittimità.
L’investimento necessario è gigantesco, e qui emerge una componente fortemente autolesionista del modello finanziario prevalente: la domanda di welfare, ed in generale di sicurezza sociale ed ambientale, non può che essere in permanenza incrementale, per una società che ambisce al costante miglioramento del proprio livello di vita. Il welfare però, pur avendo un costo elevato e crescente, così come accade per tutti i fattori ESG, non ha valore economico, cioè non esiste differenza, nei bilanci, tra una società che tutela le persone ed una società senza alcuna “tutela”.
Welfare nascosto e nuova ricchezza: ridefinire i bilanci per la transizione
“Tutelare” non fa altro che incrementare il deficit (da qui riferimenti a chi confuta la teoria dei bilanci in pareggio e del PIL come strumento di valutazione e confronto delle economie) costringendo a riduzioni della spesa che vanno esattamente nella direzione opposta a quella che le politiche sociali ed ambientali si prefiggono o dichiarano di volere, e soprattutto dei valori che mobilitano.
Ecco che la necessità dell’enorme investimento nel riassetto idrogeologico e nella rigenerazione edilizia, inevitabile tanto quanto indispensabile, deve poter contare con certezza su di un valore economico contabilizzato nei bilanci come parte integrante della ricchezza della Nazione, per elementi come salubrità, semplicità di residenza, assistenza, stabilità, cultura, innovazione, e, in generale, funzionamento delle infrastrutture. Una ricchezza oggi nascosta e non riconosciuta nei conti economici tradizionali.
di Walter Ganapini, membro onorario Comitato scientifico dell’Agenzia Europea dell’Ambiente






