L’intelligenza artificiale è “la nuova frontiera dell’umanità”, per citare papa Francesco, “con la quale costruire una nuova antropologia, un nuovo pensiero umanistico dell’era tecnologica”.
Proviamo a partire da alcune considerazioni per affrontare con maggiore pertinenza l’argomento.
Prima di tutto, partiamo dalla consapevolezza che l’IA è uno dei principali fattori che stanno impattando sulla profonda trasformazione antropologica che gli esseri viventi si apprestano a vivere con portata trasversale ai diversi settori della vita sociale, culturale, economica e del lavoro.
Sarà una trasformazione che determinerà un cambiamento nei ritmi di vita, nelle abitudini e nelle routine quotidiane, ci altererà i sensi e le capacità percettive, ci muterà i patrimoni genetici ed allungherà le nostre aspettative di vita, inciderà sui nostri modelli di socialità e di convivenza civile, diventeremo capaci di calcolare con puntualità quelle che oggi viviamo come le probabilità degli avvenimenti macroscopici che ci preoccupano, l’organizzazione dei nostri avvenimenti tanto personali quanto sociali sarà un risultato veloce ed ubiquo, i tempi di assimilazione di conoscenza e di lettura avverranno in ordine di pochi bit, ci accontenteremo di decidere seguendo indicazioni di comodi algoritmi anziché scomodarci a rischiare di scegliere, ecc.
Intelligenza artificiale: i pro e i contro di una grande trasformazione
Tutto ciò non troverà alcuna analogia con quanto accaduto durante le precedenti rivoluzioni tecnologiche e tantomeno durante le passate vicende storiche dell’umanità, ma si configurerà come una nuova era.
In secondo luogo, emerge che, contrariamente a quanto accaduto nelle precedenti fasi di trasformazioni tecnologiche, l’AI renderà maggiormente esposti al suo impatto, i lavori “intellettuali” con elevate competenze. Nella maggior parte dei casi si dovranno gestire i rischi di una svalutazione di tali professioni, mentre tante altre nuove se ne determineranno ma dovremo colmare gap formativi per molte generazioni passate e future poiché le strutture logico razionali ed il bagaglio scientifico attuale non risultano appropriati e sufficienti.
Insomma, come si sul dire, “abbiamo fatto un passo più lungo della nostra gamba”: al momento abbiamo lanciato e ci stiamo affidando ad una tecnologia che non fa i conti con la stragrande maggioranza delle potenzialità umane del pianeta, ad oggi accumulate attraverso il patrimonio genetico e culturale, appunto, antropologico.
Chissà se si comincerà a valutare la possibilità di “lavorare meno, lavorare tutti”? D’altronde l’AI ci faciliterà in tanti campi e ci eviterà tante fatiche. Avremo più tempo libero a disposizione e questa sarà una grande novità, tempo utile per superare il gap formativo, culturale e di sperimentazione di nuove forme di convivenza sociale, inevitabilmente sollecitati dall’AI.
Contemporaneamente, la trasformazione digitale e l’avanzare dell’intelligenza artificiale aprono nuove prospettive per il futuro anche rispetto a quanto sarà prodotto e consumato.
Fondamentale diventa la riflessione sulle sfide e le opportunità legate all’evoluzione dell’AI. Tra i temi da affrontare con urgenza c’è l’incisività del suo ruolo e la necessità di regolamentarne l’uso per evitarne derive pericolose nelle varie fasi del suo avvento. Dovrebbero aprirsi nuove stagioni di dialogo sociale e di partecipazione democratica, oltre che di rappresentanza di tutte le istanze civili e delle variegate forme di espressione di cittadinanza attiva.
Il panorama futuro: le ipotesi
L’intelligenza artificiale è una grande opportunità, ma si deve evitare che ci siano sempre meno persone e sempre più algoritmi. Le macchine non siamo noi, piuttosto esse vanno programmate con senso, manutenute ed “oleate”. E’ questa la “dissimulazione” a cui dobbiamo sottoporre l’inteligenza artificiale.
Stando così le previsioni di un futuro, ovvero con la presenza preponderante dell’AI, l’evidenza ci fa comprendere che … Non servono più talenti. Servono persone con visioni.
Nel vortice costante del digitale e dell’AI, la tecnica è replicabile, la visione no.
La tecnica è comoda e pratica, ma non dobbiamo adagiarci ad essa. Il digitale e l’AI sono una grande opportunità, sono da considerare un bene comune poiché non coincidono né con la proprietà privata, né con la proprietà dello Stato, ma esprimono dei diritti inalienabili per l’intera umanità e per tutto l’ecosistema. Questi sono i “beni comuni”: dal diritto alla vita al bene primario dell’acqua, fino alla conoscenza in rete.
Chiunque può imparare ad usare un software o scrivere un articolo con il supporto dell’IA, ma la vera differenza sta nel “perché” stai creando. Nella visione.
La visione è il nostro nord magnetico creativo. È il disegno più alto e grande a cui ci si ispira, il mondo che si vuole evocare con ogni parola, post, progetto che si persegue.
La visione non si inventa. Essa si riconosce. Una persona con visione non cerca di piacere a tutti. Cerca di toccare profondamente qualcuno.
L’intenzione si percepisce: è vibrazione. La visione non si cede, non si trasferisce ad una macchina. Un contenuto con un’intenzione autentica buca lo schermo, incolla alla pagina, o ancor meglio sa coinvolgere. Il tuo perché, è la tua firma invisibile.
Viviamo un’epoca in cui la tecnologia corre, i format si moltiplicano e l’attenzione dura pochi secondi. Ma chi ha una visione solida, un’intenzione autentica e un perché radicato … resiste, ispira, si espande.
Inseguire la viralità costringe ad una corsa continua affannosa e non generativa. Dobbiamo costruire significato. Perché è il significato che rimane quando tutto il resto è passato di moda.
Connessioni per affrontare le sfide
Dunque, consapevolezza critica e speranza, conoscenza approfondita e confronto tra tutti i soggetti e gli ambiti che sono coinvolti a vario titolo, devono essere interconnessi e dialogare senza preconcetti e schieramenti per affrontare le sfide umane, post-umane e tecnologiche che questa nuova era ci induce ad approfondire.
Emanuele Severino, individua nella supremazia tecnologica un carattere contraddittorio: “promessa di salvezza e minaccia di smarrimento”; noi aggiungiamo a questo suo carattere una terza proprietà, ovvero essa è un Bene Comune e ce ne dobbiamo occupare e prendere cura, perché ci assomigli e diventi risorsa per le nuove generazioni, essa è ontologicamente nostra alleata perché l’abbiamo coniata noi.
di Cinzia Rossi Prof.ssa di Antropologia Organizzativa, tesoriera di Fondazione Communia, Presidente OsPTI





