Quante forme ha il potere? Molteplici sono le sue facce, ma Kratos le incarna alcune con la sua “forza”: la coercizione militare, per esempio, o il dominio tecnologico, per farne un altro, o ancora il peso di un’economia globale “estrattiva”, piuttosto che la mentalità patriarcale. L’elenco è molto più lungo. Il mitologico Kratos sembra avere la meglio: oggi, si impone come cultura dominante rispetto ad altre espressioni e forme di potere.
La coercizione militare è il potere bruto della guerra per sottomettere popoli e civiltà, sono forme di oppressione basate sul razzismo: lo stiamo vivendo in questi anni dove la linea di diplomazia coercitiva, scelta dall’Occidente, in cui negoziato e pressione militare procedono in parallelo, ha fatto allargare ed aumentare i territori in guerra, e dove la durata e l’allargamento nel tempo di tali conflitti fa aumentare il rischio di errore sull’uso delle armi atomiche e la distruzione planetaria.
Il dominio tecnologico è un potere inedito che sfugge ai tradizionali contrappesi democratici moderni, sollevando interrogativi fondamentali sulla capacità dei nostri sistemi di garantire libertà e responsabilità nell’era delle piattaforme, dove si va sempre più affermando una sovranità digitale capace di superare e trascendere i confini territoriali degli Stati e tra gli Stati: stiamo assistendo al rapido avanzamento del potere della “tecnocrazia” a scapito della democrazia e dei principi costituzionali della trasparenza e della proporzionalità.
Il volto dell’economia estrattiva: tra crisi planetaria e ingiustizia sociale
L’economia globale estrattiva è il potere che si afferma come sintomo centrale della malattia planetaria del tardo capitalismo/imperialismo/consumerismo, che minaccia l’umanità e gli abitanti della Terra in generale e descrive l’improvvisa accelerazione ed ascesa dell’impatto umano sulla Terra con l’uso smodato delle risorse globali e il rapidissimo aumento delle emissioni globali di carbonio; è il potere della specie umana sugli altri esseri viventi del Pianeta che porta a devastazioni ambientali, ma anche di tessuti sociali perché elimina culture ed etnie locali volendo rifunzionalizzare dei territori a favore dell’estrazione intensiva o estensiva di una specifica risorsa (tendenzialmente materie prime), allo scopo di commercializzarla nei mercati globalizzati.
La mentalità patriarcale è la dinamica di potere di un sistema in cui vige il diritto paterno che elegge gli uomini come dominanti negli ambiti domestici, sociali (pubblici e privati), istituzionali, politici, lavorativi e religiosi, a scapito delle donne, attivando disuguaglianze di genere; Bell Hooks racconta di preferire l’espressione “patriarcato capitalista suprematista bianco imperialista” per descrivere meglio “l’interconnessione tra i sistemi che sono alla base della politica in America”.
Il dominio di Kratos nel mondo contemporaneo
Di fatto ci troviamo in un contesto geopolitico abitato solo da Kratos – che sembra plasmare il mondo – segnato da frammentazione, egocentrismo, isolamento relazionale, frantumazione del reale, annichilimento culturale, dove la potenza/pre-potenza si afferma come “forza concreta” che obbliga (con il suo uso o minacciando il suo uso) l’attivazione di dinamiche coattive, costrittive, limitando le libere volontà, a sostegno di un ordine mondiale oligarchico. La nostra vita è dominata dagli oggetti e dall’esigenza di ottenere un godimento immediato e ci fa perdere la capacità generativa del desiderio. Su questo fenomeno ha scritto Éric Laurent, definendolo una “mutazione antropologica del godimento”, dove la dimensione simbolica viene bypassata da pratiche immediate, tecnologiche, medicalizzate, surrettizie.
Queste forme di potere sacrificano democrazia, diritti umani, solidarietà ma soprattutto umanità, ovvero quel poderoso combinato di solidarietà, compassione, comprensione, amore, perdono, cura, gentilezza che, se non ci fosse la scure di questa tirannia moderna, farebbe un fusto tutto fiori, farebbe paio con il diritto naturale.
Nella carta dell’ONU cooperazione e solidarietà
L’idea fondamentale di potere, che dovremmo recuperare perché è la forma più evoluta che la famiglia umana abbia sino ad oggi elaborato, è espressa e contenuta nella Carta dell’ONU (capitolo VII) e si riferisce alla cooperazione di tutti – Stati, popoli, soggetti non governativi – per costruire un ordine internazionale fondato sui principi di solidarietà e di rispetto dei diritti umani; è quella che difende dai crimini di lesa umanità, denominazione adottata ufficialmente dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per indicare le violazioni gravi del diritto umanitario perpetrate da individui singoli o da gruppi organizzati.
È quella che evoca la pace positiva: cioè, non soltanto assenza di guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali non legittimata, in quanto ritenuta e definita “flagello” nel Preambolo della Carta stessa, ma quella per cui le controversie internazionali vanno risolte con i mezzi pacifici indicativamente elencati all’art. 33: “negoziati, inchiesta, mediazione, conciliazione, arbitrato, regolamento giudiziale, ricorso ad organizzazioni o accordi regionali” e altre procedure analoghe.
A 45 anni dall’entrata in vigore della Carta, il numero degli stati membri dell’ONU si è triplicato, ma da tali principi siamo ancora molto distanti anche se ha preso corpo l’associazionismo internazionale operante ai fini della promozione umana. L’asimmetrica della condizione esistenziale che stiamo vivendo in questo ineluttabile processo di interdipendenza planetaria in campo economico, politico, ecologico, culturale, ecc., essendo fortemente sbilanciata, sta facendo prendere corpo ad un nuovo diritto internazionale, che antepone al principio di sovranità degli Stati, quello del rispetto dei diritti umani innati, delle persone e dei popoli: dal diritto alla vita, al diritto per la salvaguardia dei beni comuni, al diritto all’autodeterminazione e al benessere.
Il rispetto dei diritti
Tale Preambolo si rivela davvero premonitore: “Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra…, a riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, … a promuovere il progresso sociale e un più elevato tenore di vita in una più ampia libertà…”. La trasformazione democratica dell’ONU è quindi condizione indispensabile perché il nuovo diritto internazionale dei diritti umani possa effettivamente prevalere sul vecchio diritto delle sovranità Statali armate, per poter conseguire fini ineludibili: il rispetto dei diritti della persona e dei popoli; la programmazione e la gestione di politiche internazionali in campo sociale, economico (circolare, sostenibile e non estrattivo), ambientale; eliminazione di ogni forma di discriminazione etnica, di classe, di genere; e il disarmo per promuovere la pace positiva.
Il potere delle nazioni unite si manifesta e si rinsalda laddove si definiscono confini, alleanze e visioni future. La coerenza tra valori proclamati e scelte strategiche diventa il vero banco di prova della posizione degli attori nello scenario globale.
Eliminare le ingiustizie sistemiche
L’analisi delle forme di potere oggi ha bisogno di esser agganciata alla promozione dei diritti civili per denunciare ed eliminare le ingiustizie sistemiche e promuovere cambiamenti sociali che mettano al centro relazioni simmetriche. Una modalità rilevante è quella che propone l’intersezionalità, concetto elaborato da Kimberlé Crenshaw, per analizzare come diverse forme di oppressione si sovrappongano e si rafforzino reciprocamente. C’è bisogno di affinare strumenti culturali per decriptare queste strutture di potere.
Un sistema in cui le norme, sociali e legali, siano largamente condivise e fatte valere dagli agenti e delle istituzioni che concorrono ad assicurare tali permanenze: Stato, famiglia, scuola, chiesa, ecc.
Il potere deve di nuovo incontrarsi con i principi fondamentali dei “diritti umani innati” e promuovere il progresso sociale diffuso. Educhiamo Kratos affinché non rappresenti più la forza da subire del potere di pochi sui tanti, ma diventi la forza espressiva dei valori umani capace di qualificare relazioni integrali con il resto del Creato.
di Cinzia Rossi Prof.ssa di Antropologia Organizzativa, Women On Board, Presidente Fondazione Communia, Presidente OsPTI, Vicepresidente UCID Roma





