La iena gigante del Pleistocene non ha resistito ai cambiamenti climatici, lo svela uno studio dell’Università La Sapienza di Roma

Non godono di una buona fama e non suscitano le nostre simpatie, forse anche a causa dell’infelice ruolo che le iene avevano nel film della Disney Il re leone. O forse è una reminiscenza millenaria di quando, nel Pleistocene, ominidi e iene erano antagonisti nella lotta per la sopravvivenza.

Ma non è stata questa “incompatibilità” con le altre specie a determinare, come si è pensato a lungo, l’estinzione, 800 mila anni fa, della iena gigante dal muso corto (Pachycrocuta brevirostris): lo svela uno studio dell’Università di Roma La Sapienza, pubblicata sulla rivista Quaternary Science Reviews.

La iena gigante dal muso corto, con un peso probabilmente superiore ai 100 chilogrammi, fu la iena più grande mai esistita. Diffusasi in Europa circa due milioni di anni fa, fu uno dei predatori più temibili che si trovarono ad affrontare le prime popolazioni di ominidi avventuratesi fuori dall’Africa.

Le iene sono comunemente note per la loro abilità di rompere le ossa delle vittime e cibarsi del loro contenuto, e Pachycrocuta brevirostris non faceva eccezione a questa abitudine alimentare. La iena gigante era anche in grado di accumulare ossa, come oggi testimoniano alcuni siti che rappresentano un vero tesoro per i paleontologi. Durante il Pleistocene, gli ominidi erano l’unico altro gruppo capace di sfruttare le ossa come risorsa alimentare, con l’ausilio di pietre per romperle.

Il nuovo studio, condotto da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Ateneo romano, ha riconsiderato i fossili di Pachycrocuta brevirostris e di altre iene, rivelando che la iena gigante scomparve dall’Europa probabilmente a seguito di cambiamenti climatici e ambientali e non a causa della competizione con altre specie che si diffusero nello stesso periodo.  

“La scomparsa della iena gigante – ci spiega Alessio Iannucci di La Sapienza, primo nome dello studio – è pressappoco coincidente con l’arrivo della iena macchiata, Crocuta crocuta, e di un’altra specie meno nota, la Hyaena prisca. Tuttavia, queste specie furono in grado di diffondersi in Europa solo dopo il declino della iena gigante e non contribuirono alla sua estinzione”.

La iena gigante, in realtà, un tempo diffusa in tutto il continente, non fu in grado di far fronte ai cambiamenti climatici e ambientali che avvennero durante la transizione tra Pleistocene Inferiore e Pleistocene Medio, la cosiddetta “Early-Middle Pleistocene Transition”. Si tratta di un periodo che vide acuirsi l’intensità delle fluttuazioni tra intervalli glaciali e interglaciali, dando poi inizio all’era glaciale.

L’avvicendamento tra Pachycrocuta brevirostris e le altre iene fu uno degli eventi più caratteristici del rinnovamento faunistico avvenuto in quel momento: diversi carnivori specializzati, come le tigri dai denti a sciabola, andarono in declino o si estinsero, mentre si diffusero specie nuove e più adattabili. Tra queste si ricordano le linee evolutive dei moderni cervi, cinghiali, daini e lupi, così come popolazioni umane in grado di produrre strumenti litici bifacciali (come cunei o asce).

Le specie meglio adattate a particolari ambienti o a strategie alimentari uniche, come Pachycrocuta brevirostris, sono quelle più a rischio, ma anche quelle che si sono evolute facendo fronte alle fluttuazioni climatiche dell’ultimo milione di anni potrebbero non essere in grado di adattarsi ai rapidi cambiamenti causati dall’attività umana. Studiare la risposta degli ecosistemi del passato – ammonisce Raffaele Sardella di Sapienza – è cruciale per interpretare criticamente i cambiamenti climatici che osserviamo attualmente”.