EcoDesign – Pellicce in viaggio, di Irene Ivoi

Le pellicce vere sono diventate negli ultimi anni scheletri densi di memoria e destinati all’oblio. Inutile fare finta di niente, la falsa coscienza non aiuta nessuno.

E quando tra amiche si accenna al tema del “che fine farà la pelliccia della mamma?” aleggiano più dubbi che certezze.

Più volte mi sono anche chiesta quanto il lavoro dei pellicciai appartenga di fatto alla lunga lista degli uberizzati degli ultimi decenni. Infatti l’alienazione delle pellicce vere dai nostri immaginari estetici inizia negli anni ’90: la generazione delle cinquantenni di oggi già a fine secolo cominciava a guardare con sospetto quei capi ricchi di pelo.

L’escalation che poi c’è stata via via è diventata irreversibile e i motivi sono diversi: da una parte la pelliccia ha perso aura di lusso perché sempre più persone potevano permettersela e parallelamente sono cresciuti i movimenti di difesa degli animali e le denunce su come venivano trattati negli allevamenti.

Un cortocircuito velenosissimo tale da impoverire quel mercato e farne decollare un altro, quello delle finte pellicce.

Il che vuol dire che l’estetica del pelo non va in vacanza ma a condizione che la materia prima non sia più quella di animali (da sacrificare).

Ecco che in questo incastro si colloca la storia di questo mese: Sabelle Atelier che ho scoperto durante l’ultima edizione di PITTI UOMO.

È un brand che nasce da passione, amicizia e stima tra due amiche: Sabina Giangreco e Letizia Tomacelli che nel 2016 danno vita ad un atelier capace di re-inventare in modo originale le pellicce dimenticate (quelle vere della mamma o della nonna).

La loro esperienza in questo campo è però antica, in particolare Sabina nasce da pellicciai famosi, che sanno dove mettere le mani, come tagliare, ricostruire, reinventare …. e allora decidono di farlo con allegria. Perché usano i colori, e quindi decolorano anche le pellicce, aggiungono e impreziosiscono le loro creazioni con intarsi e mosaici a base di tessuti irraggiungibili per colore e qualità.

Creano un nuovo alfabeto del pelo quasi difficile da immaginare, di grande appeal e persino double face per permettere un uso del capo in versione più o meno impostata a seconda del contesto.

Nel loro atelier accolgono clienti che chiedono un upcycling su misura del capo dimenticato e quindi grazie ad un processo creativo nascono prodotti unici: questa è la cifra distintiva del loro mercato nazionale, vivo in particolare su Milano, Roma e Firenze.

Poi sviluppano anche prodotti molto creativi partendo da pellicce cedute che trovano comunque una propria Domanda.

Io non posseggo pellicce ma quando ho visto le loro creazioni, ho pensato che avrei potuto (finalmente) desiderarle. Mi ha colpito soprattutto il coraggio di mescolare materiali differenti, di immaginare colori impensabili, di unire supporti che mai si sarebbero sposati prima.

Brave!!

Perché danno anche una chance concreta di allungamento effettivo della durata di vita di questi capi che giacciono negli armadi.

E qui la loro ricca pagina instagram.

di Irene Ivoi, Ecodesigner

 

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