Ripropongo un approfondimento, nonché affondo all’importanza del tema trattato nel mio scorso articolo.
L’intento del Piano d’azione italiano per l’Economia sociale, elaborato dal MEF e presentato a luglio, è quello di costruire una visione comune dell’economia sociale come infrastruttura strategica nazionale in grado di valorizzare con strumenti concreti le esperienze che producono impatto positivo nelle comunità e nei territori. Con l’impegno di perimetrare anche i soggetti facenti parte di tale sistema, il Piano, vuole individuare le azioni e le iniziative volte a promuovere le progettualità e lo sviluppo dei relativi modelli organizzativi, per favorire il perseguimento di finalità di interesse generale. Un primo passo per scriverne il modello di sviluppo.
Un passaggio informativo che porti ad introdurre misure operative, per arrivare a costruire una successiva cornice strategica decennale a sostegno dell’economia sociale.
Ma entriamo nel merito, tale premessa, in sintesi, è quanto dichiarato per via istituzionale alla presentazione del Piano d’azione.
Vorrei proporre un passaggio di consapevolezza ulteriore, magari ragionando già su esemplificazioni mature e concrete che possono fare proprio da “studio di caso”, con la prospettiva di mostrare che molto di quanto auspicato è in corso e rappresenta un vero valore per molti territori.
Provo a riformulare, via via, le affermazioni istituzionali proposte in premessa, apportando l’aggiornamento che si può intravedere, proprio andando a leggere e conoscere la realtà dello “studio di caso” che già si va affermando.
Economia sociale: l’esperienza dell’ex presidio militare Macrico
Ricordate il recupero di un “Bene Comune” chiamato “Macrico” di cui avevo già fatto accenno nell’articolo di maggio?
In Fondazione Communia – sistema a rete tra territori per la cura e la valorizzazione dei “Beni Comuni” – si va consolidando l’esperienza del “Campo Laudato si’ ”, un polmone verde nel cuore della città di Caserta, dove per oltre 10 anni enti e persone si sono immolate per la salvaguardia del loro territorio. Con pazienza, responsabilità e spirito di resilienza hanno sottratto dalla speculazione un immenso parco, riportandolo ad essere un’area fruibile per tutti i cittadini, e così facendo, hanno liberato dall’alienazione l’enorme area verde e dalla estenuante “resistenza” anche se stessi!
Oggi è uno spazio vitale di pura libertà, un polo sociale e culturale, dove le persone si ritrovano assieme per co-governare, co-progettare, confrontarsi e divertirsi, senza “combattimenti”. Si tratta di una proprietà privata (della Chiesa Cattolica) che viene messa a disposizione dei cittadini come “Bene Comune”, attraverso un Master Plan che ne fa una straordinaria rigenerazione urbana, con la capacità di rilanciare il senso di comunità attorno ai principi dell’ecologia integrale per riscattare un territorio lacerato da tante contraddizioni e frustrazioni.
E’ un’area militare dismessa – ex presidio militare Macrico di 33 ettari – in asse con la Reggia Vanvitelliana da cui dista solo 1000 metri, con una potente storia di oltre 400 anni. I militari se ne vanno e diventa un grande Parco verde situato in un’area centrale e nevralgica di Caserta, in continuità urbana con: connessioni pedonali e ciclabili, piazze, luoghi di incontro informali, alberi, parchi, area dello sport, edifici per la ricerca e la produzione. Sono queste le peculiarità del #CampoLaudatosi’, un sistema innovativo e sostenibile di spazi pubblici per un’idea di città contemporanea basata sul principio dell’ecologia integrale che comprende le interazioni tra l’ambiente naturale, la società e le sue culture, le istituzioni e l’economia per il bene collettivo.
Per la gestione è stata costituita una Fondazione di Comunità dove la cittadinanza sana, e non collusa con le organizzazioni mafiose del territorio, rigenera un tessuto sociale desideroso di affrancarsi da violazioni morali, culturali, economiche e non solo urbanistiche, dopo lunghi anni di oppressione e soggezione.
Hanno fatto rete oltre 100 volontari della Fondazione e 40 soggetti tra imprese ad impatto sociale, associazioni, consorzi ed enti morali, condividendo: medesima finalità d’intenti, valori spirituali, tempo di vita ed economia di comunità, rinnovata visione del futuro, restituzione del patrimonio urbano alle prossime generazioni, radici ed appartenenza riscattate, orgoglio identitario, legami di fiducia e solidarietà, progettualità e propositività, sperimentazione e nuove forme di aggregazione creativa, osservazione scientifica del loro attuale agire da parte di strutture universitarie, cittadinanza attiva attraverso partecipazione democratica allo sviluppo del Campo Laudato si’.
Radici condivise e beni comuni: il nuovo modello di sviluppo per le comunità territoriali
Tutto ciò accade quando gli esseri umani riscoprono, non solo il legame tra di loro (comunità), ma il legame profondo con l’ambiente, con il patrimonio naturale, paesaggistico ed artistico che gli è prossimo: dove affondano le proprie radici e si riscopre un sano senso di appartenenza; dove si ridefinisce il valore ed il significato delle origini a partire dai “Beni Comuni”, perché hanno la potenza di restituire alla memoria collettiva, lo spirito della storia, lo spirito del creato, il senso dell’abitare la propria vita.
Questo nuovo modello di sviluppo – osservabile attraverso lo “studio di caso del Campo Laudato si’” – riposiziona la convivenza umana su basi partecipative. L’identità di comunità e quindi l’economia del territorio, infatti, non nascono dalla struttura giuridica che si dà, ma dal modo in cui viene percepito e legittimato dal corpo sociale il “Bene Comune”. È un modello relazionale che si alimenta di fiducia, reciprocità e partecipazione.
Ecco, allora, quante realtà territoriali italiane potrebbero scegliere di dare un nuovo corso alla propria storia se si risvegliasse in loro l’orgoglio e il desiderio di fare Comunità? L’immediata conseguenza sarebbe quella di rivedere fiorire la convivenza umana e il prosperare dell’impatto trasformativo sulla società, in termini di miglioramento sociale, culturale e anche economico. Ma ciò avviene solo se ci si riconnette ai “Beni Comuni”, all’ambiente, in modo sano e riparatorio rispetto a quanto, invece, si è sin qui distrutto a causa dell’egocentrismo umano.
Oltre il profitto: verso un’economia integrale, sociale e ambientale
Osservando questo caso, dunque, l’economia andrebbe definita “integrale” perché quella definita in premessa come “sociale” rischia di diventare la leva di riparazione del modello industriale predominante, oppure una sezione specialistica dell’attuale cultura economica, o una parentesi di buonismo del sistema capitalistico. Non bastano più le “esternalità positive”, occorre che la dimensione del valore sociale ed ambientale diventino parte integrante delle pratiche di sviluppo. La biodiversità organizzativa e imprenditoriale che caratterizza l’economia “integrale” è una nuova forma di mercato, fondata sulla cooperazione, sulla cura dei legami e sulla capacità di generare valore condiviso.
E’ necessario superare la dicotomia tra economico e sociale inserendo anche l’aspetto ambientale, ricomponendo così una frattura che ha impoverito il pensiero moderno. L’economia “integrale”, dove dentro ci sta anche quella sociale, ci invita a passare ad un approccio in cui il valore da generare non si misura solo in termini di profitto, ma creando benessere diffuso e rendendo tangibili sia l’impatto sociale quanto quello ambientale prodotto. Oggi è necessario costruire un’economia dove il benessere diffuso divenga la misura della produttività, la giustizia sociale venga incorporata nei processi produttivi e il rispetto dell’ambiente e dei “Beni Comuni” sia il valore primo da generare e preservare per le prossime generazioni.
L’economia “integrale” è una visione trasformativa che unisce la dimensione industriale, sociale ed ambientale in un solo orizzonte di senso: dove le regole, le istituzioni, gli strumenti non possono mai essere separati dalla sostanza, cioè dal suo fine primario.
Il perimetro dell’economia sociale
L’economia sociale del Piano di azione nazionale è invece considerata come un perimetro. Di fatto, non solo è necessario avvicinare e sintonizzare chi già fa parte di questo mondo, ma serve apprestarsi a creare le condizioni perché altri possano riconoscersi, innovare, contaminare e trasformare. Significa credere che il Piano possa essere un punto di partenza, uno strumento di emancipazione, che apra ad una stagione nuova: sta a noi renderla feconda, trasformare l’economia in attenzione anche verso i Beni Comuni.
Torno a sottolineare la particolare assenza dal Piano, dell’economia di comunione, necessaria alla cura ed alla tutela dei Beni Comuni. E’ l’economia che rimarrà sempre radicata nei territori, impossibilitata a delocalizzare! Quell’economia che tutela il capitale naturale, il patrimonio culturale e paesaggistico, le infrastrutture strategiche, che non li trasforma in presidi estrattivi, ma li cura e li valorizza per tramandarli con maggiore bellezza e ricchezza alle future generazioni.
Non possiamo continuare a mettere al centro dello sviluppo “solo l’uomo”, anche se parlare di economia sociale ci fa fare un salto evolutivo rispetto a quella prettamente di matrice industriale, bensì è necessario recuperare la relazione tra lo stesso e la casa comune, l’ambiente.
Forse sarebbe opportuno iniziare a parlare di “economia integrale”.
di Cinzia Rossi Prof.ssa di Antropologia Organizzativa, Presidente Fondazione Communia, Presidente OsPTI, Presidente Centro Cultura e Studi Giuseppe Toniolo Torino – Amici dell’Università Cattolica, Women On Board






