L’energia eolica offshore è considerata uno dei pilastri della transizione energetica europea. Rispetto all’eolico onshore (a terra), l’eolico offshore beneficia di venti più forti, costanti e regolari, consentendo una maggiore efficienza e una più elevata capacità produttiva. Gli impianti sono collegati alla rete elettrica terrestre tramite cavi sottomarini e rappresentano una tecnologia chiave per la decarbonizzazione dei sistemi energetici, in particolare nei Paesi con ampie aree marine disponibili.
Grazie alla sua capacità di produrre grandi quantità di energia rinnovabile e continua, l’eolico offshore rappresenta una soluzione chiave per ridurre le emissioni di CO₂ e la dipendenza dalle fonti fossili. L’Italia, con i suoi oltre 7.000 chilometri di coste, avrebbe tutte le condizioni per diventare un attore rilevante in questo settore. Tuttavia, la realtà appare molto diversa dalle potenzialità.
Eolico offshore: troppi gli ostacoli burocratici
Secondo un’analisi pubblicata da Reuters dal titolo “Italy’s offshore wind push languishes, putting climate goals at risk”, il percorso italiano verso lo sviluppo dell’eolico offshore è fortemente rallentato da ostacoli burocratici e regolatori. Nonostante gli operatori abbiano presentato richieste per oltre 18 gigawatt di capacità complessiva, la maggior parte dei progetti è ferma in attesa di autorizzazioni o di un quadro normativo più chiaro.
Il dato è particolarmente significativo se si considera che tali volumi sarebbero sufficienti a coprire una quota rilevante del fabbisogno energetico nazionale. Eppure, la mancanza di aste operative e la lentezza dei processi decisionali stanno trasformando un’opportunità strategica in un fattore di rischio per il raggiungimento degli obiettivi climatici al 2030.
Il problema non è tecnologico né legato all’interesse del mercato. Al contrario, l’analisi di Reuters sottolinea come gli investitori siano pronti a impegnare capitali rilevanti, ma si scontrino con un sistema di governance frammentato. Le competenze sono distribuite tra ministeri, Regioni, autorità marittime e organismi di tutela paesaggistica. Questo genera iter lunghi, incertezze e un alto numero di ricorsi.
Italia fanalino di coda rispetto al nord Europa
La transizione energetica, tuttavia, non può essere affrontata solo come una questione tecnica: è prima di tutto una sfida di sistema. Senza una pianificazione marittima chiara e regole stabili, ogni progetto diventa un caso isolato, esposto a ritardi e conflitti. Il rischio è duplice in quanto da un lato si assiste al mancato rispetto degli impegni climatici, dall’altro alla perdita di competitività industriale rispetto ad altri Paesi europei.
Anche il confronto con il Nord Europa è emblematico. In Paesi come Danimarca, Paesi Bassi e Regno Unito, l’eolico offshore è stato sviluppato grazie a una forte regia pubblica, a procedure semplificate e a un dialogo strutturato tra istituzioni e imprese. In Italia, invece, il settore resta sospeso e con delle difficoltà operative.
Il rallentamento dell’eolico offshore ha conseguenze che vanno oltre il settore energetico. Significa rinunciare a nuove filiere industriali, a occupazione qualificata e a innovazione tecnologica. Significa anche mantenere una maggiore dipendenza dalle importazioni di gas, in un contesto geopolitico ancora instabile.
L’analisi di Reuters mette quindi in luce un nodo centrale: senza un deciso cambio di passo nella governance delle rinnovabili, l’Italia rischia di compromettere la propria credibilità nella transizione energetica. Accelerare le autorizzazioni, rendere operative le aste e definire una visione strategica condivisa non è solo una necessità ambientale ma una scelta economica e politica non più rinviabile.
Grazia Di Salvo, Redattrice digitalepopolare.it e team Comunicazione PA Social





