EuroPolis – Le città europee verso la transizione giusta (e verde), di Simone D’Antonio

Il rilancio delle aree urbane passa attraverso il riuso di spazi e strutture pubbliche ma anche dalla riconversione del patrimonio industriale dismesso, che va di pari passo con la creazione di nuove forme di produzione energetica pulita. Città di tutta Europa stanno definendo in questi mesi una serie di strategie nell’ambito del piano europeo per la Just Transition, che traduce per la prima volta in Europa un principio emerso dalle lotte sindacali americane che hanno chiesto per decenni strategie integrate per la riconversione di miniere e siti produttivi in disuso capaci di preservare i livelli occupazionali e la sostenibilità ambientale.

Coniugare le sfide dell’ambiente con quelle della coesione sociale è un segnale evidente di maturità del dibattito istituzionale europeo, che negli ultimi due anni ha stilato una lista di città e regioni che possono accedere ai fondi del Just Transition Fund per riconvertire gli impianti ed interi settori produttivi a partire dal coinvolgimento di cittadini, imprese e parti sociali.

Dalla spinta di questo nuovo strumento finanziario, accompagnato da un meccanismo capace di favorire lo scambio costante di conoscenze tra le città, emergono esperienze significative come quelle delle città polacche di Walbrich e Rybnik, che hanno coinvolto la cittadinanza nella progettazione e nell’attuazioni di interventi per il miglioramento di spazi pubblici e qualità dell’aria.

Grandi città come Londra e Oslo hanno già varato dei veri e propri piani urbani per la transizione giusta, spingendo sulla creazione di nuove competenze verdi per i lavoratori di settori in crisi e connettendo tali sforzi a quelli del rilancio urbano post-Covid. E l’Italia? Taranto e il Sulcis Iglesiente sono le due aree individuate dall’Europa per la realizzazione di progetti che possono utilizzare i fondi dello strumento ad hoc dedicato alla Just Transition: un’occasione che le due città intendono cogliere, promuovendo in questi mesi un processo partecipativo istituzionale per definire priorità d’azione e aree di intervento.

Le esperienze di formazione e riconversione delle competenze già avviate dalle città europee più attive in questo campo, soprattutto in regioni come l’Europa Centrale e Orientale dove il problema della rigenerazione di aree e impianti inquinanti è avvertito in maniera più forte, segnalano quanto sia fondamentale partire da un’analisi delle skill più indicate per il rilancio dei rispettivi territori.

Programmi di innovazione urbana stanno già agendo in questo senso, come Urban Innovative Actions che ha finanziato a Baia Mare il progetto SPIRE che sta formando decine di giovani alla creazione di soluzioni nature-based in grado di rigenerare una zona fortemente contaminata dalla sua storia industriale: l’incubazione di idee imprenditoriali in tal senso può favorire la creazione di filiere verdi innovative proprio nei territori maggiormente segnate dal declino ambientale nei decenni precedenti, offrendo uno spiraglio di crescita ambientale, economica e sociale a numerosi territori in tutta Europa.

di Simone D’Antonio, giornalista urbano, responsabile Anci/Urbact