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Fonti rinnovabili: l’Italia non investe e resta al palo nella lotta ai cambiamenti climatici

L’Italia non crede nelle fonti rinnovabili e sale di una sola posizione rispetto allo scorso anno passando dal ventinovesimo al trentesimo posto. A stabilirlo è il Climate Change Performance Index 2023, il rapporto sulla performance climatica di alcune nazioni redatto da Germanwatch, CAN e NewClimate Institute in collaborazione con Legambiente per l’Italia.

I parametri di riferimento sono gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e gli impegni assunti al 2030 e vengono misurate attraverso il Climate Change Performance Index (CCPI), basato sul trend delle emissioni, sullo sviluppo delle rinnovabili ed efficienza energetica e per il restante sulla politica climatica (20%).

Lotta ai cambiamenti climatici: l’Italia affossa le rinnovabili

Cosa non ha permesso all’Italia di scalare la classifica? La poca determinazione nella lotta ai cambiamenti climatici e la mancanza di una vera svolta sull’uso delle fonti rinnovabili. Nessun altro Stato ha raggiunto le prestazioni necessarie a fronteggiare la crisi climatica e a contenere l’aumento della temperatura media globale entro la soglia critica di 1,5°C e in questo caso mal comune non è mezzo gaudio.

Secondo Climate Analytics il Belpaese potrebbe arrivare almeno al 60% nel mix energetico e fino al 90% nel mix elettrico entro il 2030 e arrivare al 100% di rinnovabili nel settore elettrico già nel 2035, creando le condizioni per giungere alla neutralità climatica in anticipo rispetto al 2050. Una scelta non impossibile già messa in atto dalla Germania, che si è impegnata a raggiungere la neutralità climatica entro il 2045 con il 100% di produzione elettrica rinnovabile entro il 2035.

Le politiche fattive abbattono la CO2

In base ai dati di Elettricità Futura una politica più concreta e lungimirante porterebbe 345 miliardi di benefici economici cumulati al 2030 in termini di valore aggiunto per filiera e indotto, 470 mila nuovi posti di lavoro nella filiera e nell’indotto elettrico nel 2030 (che si aggiungeranno ai circa 120 mila attuali) e una riduzione del 75% delle emissioni di CO2 del settore elettrico nel 2030 rispetto al 1990. Anche Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente ha espresso il suo parere:

Serve una drastica inversione di rotta. Si deve aggiornare al più presto il PNIEC per garantire una riduzione delle nostre emissioni climalteranti, in linea con l’obiettivo di 1.5°C, di almeno il 65% entro il 2030. Andando, quindi, ben oltre l’obiettivo del 51% previsto dal PNRR e confermando il phase-out del carbone entro il 2025, senza ricorrere a nuove centrali a gas.

L’Italia può centrare l’obiettivo climatico del 65%, soprattutto grazie al contributo delle rinnovabili, ma deve velocizzare sia gli interminabili iter di autorizzazione dei grandi impianti industriali alimentati dalle fonti pulite sia quelli delle comunità energetiche, causati soprattutto dai conflitti tra ministero dell’ambiente e della cultura e dalle inadempienze delle regioni.