La gestione degli pneumatici fuori uso (PFU) è ormai una vera e propria emergenza. I gommisti, anello finale di una catena logistica sempre più complessa, si trovano a far fronte a un accumulo ingente di pneumatici usati nei loro magazzini. Nel frattempo, Comuni e gestori dei rifiuti sono costretti a gestire uno scarto speciale di competenza dei produttori, a spese dei cittadini.
Nel 2021 raccolte oltre 18.000 tonnellate di PFU, un numero che negli ultimi cinque anni ha superato le 100.000 tonnellate. Questa situazione, oltre a generare costi aggiuntivi per la tariffa dei rifiuti, mette in luce una grave carenza nel sistema di gestione dei PFU e una mancata assunzione di responsabilità da parte dei produttori.
Il Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica ha più volte stabilito un invito alla raccolta e gestione di quantità aggiuntive di PFU incrementando gli obiettivi a carico dei consorzi EPR e dei sistemi individuali (con immesso superiore alle 200 tonnellate) tra il +15 e il +20%.
Per comprendere le ragioni di queste difficoltà il think tank di REF Ricerche ha realizzato un Position Paper dal titolo “Il fine vita degli pneumatici: una responsabilità del produttore da ripensare”, presentato ad Ecomondo nel corso di un convegno ospitato nello stand di Utilitalia e scaricabile qui.
Negli ultimi 5 anni più di 100 mila tonnellate di pneumatici fuori uso sono stati conferiti nei centri di raccolta comunale. Questa è una anomalia perché la responsabilità di gestire il fine vita degli pneumatici è dei produttori. In questo modo si scaricano i costi sugli operatori della filiera, sui Comuni e in ultima analisi sui cittadini, chiamati a sostenere due volte i costi di gestione, come acquirenti dello pneumatico e nella tariffa del servizio pubblico di gestione dei rifiuti – ha commentato Donato Berardi, direttore del think tank di REF Ricerche.
Considerando che il costo medio per il ritiro dei PFU dai centri di raccolta si aggira intorno a 190 euro a tonnellata – ha spiegato il presidente di Utilitalia, Filippo Brandolini – ciò significa che, solo negli ultimi 6 anni, circa 19 milioni di euro di costi di gestione dei PFU sono stati sostenuti dalla TARI. Quindi dalla collettività invece che dai sistemi collettivi di responsabilità estesa del produttore che, è bene evidenziarlo, hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo fondamentale per la corretta gestione di questo rifiuto. Ma è evidente che questa stortura vada in qualche modo risolta.
Pneumatici fuori uso: le responsabilità dei produttori
A essere messo in discussione è il modello di gestione del fine vita degli pneumatici fuori uso in vigore dal 2011 (DM 82), in applicazione del principio comunitario del “chi-inquina-paga”. Sistema che impone a produttori e importatori:
L’obbligo di provvedere, singolarmente o in forma associata e con periodicità almeno annuale, alla gestione di quantitativi di pneumatici fuori uso (PFU) pari a quelli dai medesimi immessi sul mercato e destinati alla vendita sul territorio nazionale.
Tale obbligo può essere assolto sia in forma individuale che in forma collettiva, ovvero tramite il ricorso a società consortili senza scopo di lucro. Sebbene l’entrata in vigore di questo sistema abbia inizialmente razionalizzato il settore, garantendo una raccolta più capillare, limitando notevolmente gli abbandoni nell’ambiente, incentivando anche modalità di valorizzazione prima sconosciute, progressivamente si sono manifestate delle inefficienze.
Efficienza economica o performance ambientali: un contributo ambientale a sostegno di prevenzione e riciclo
Mancano anche criteri efficaci per quantificare il contributo ambientale. L’obiettivo di mantenere basso il contributo ambientale può infatti indurre a preferire il recupero energetico al riciclo, in quanto più economico, in contrasto con ciò che sarebbe preferibile dal punto di vista dell’ambiente. Ancora oggi il recupero energetico rappresenta la destinazione preferibile per più della metà dei PFU raccolti, con percentuali che sulla base dei principali gestori collettivi si collocano oltre il 50% – di molto superiori ai numeri ufficiali – mentre poco si conosce delle performance dei gestori individuali. In futuro, quindi, bisognerà trovare soluzioni in grado di passare da meri obiettivi di intercettazione a target di prevenzione, riutilizzo e riciclaggio.
Target disallineati dal venduto e zone disagiate: spunti di miglioramento
Un’altra criticità nasce dal disallineamento tra target di raccolta fissati a inizio anno (rispetto all’immesso al mercato dell’anno precedente) ed entrate da contributo ambientale incassate sulla base degli pneumatici venduti. È facile comprendere come il disallineamento tra i costi da sostenere (legati al target dell’anno precedente) e i ricavi dell’anno corrente (derivanti dalle vendite degli pneumatici nuovi) generi delle incoerenze che intralciano l’azione degli operatori della raccolta. Infatti, operatori con vendite in crescita nell’anno in corso si trovano a incassare più risorse rispetto ai target di intercettazione più modesti fissati l’anno precedente, di converso, operatori con vendite in forte diminuzione possono essere chiamati a sostenere costi non sostenibili a fronte della riduzione delle vendite.






