Green Deal: Emilia-Romagna attui il Piano “Gestione Integrata della Zona Costiera” di Walter Ganapini

L’ultima versione del PNRR con cui l’Italia chiede di accedere al Recovery Fund pone fine allo ‘storytelling’ di una Riviera romagnola dove sperimentare a scala reale una tecnologia di cui si favoleggia da anni, ma ancor oggi più ‘green washing fossile’ che pratica industriale di ‘scaling-up’, il CCS (Carbon Capture and Storage). La narrazione descriveva sottosuoli di pianura e fondali adriatici emiliano-romagnoli come ‘hub gasiero’, tempo fa vocato al CH4, ora alla CO2 in vista dello scenario H2 da destinare ai mercati energetici dell’Europa Centro Settentrionale. Ho sempre ritenuto che tale progetto costituisse un vulnus nei confronti dell’Unione Europea e di un Green Deal generativo di un’economia dal 2050 ‘Carbon neutral’, in cui la crescita sia disaccoppiata dal consumo di risorse limitate e nessuna persona e nessun luogo sia trascurato, avendo per perno defossilizzare’ il modello di sviluppo promuovendo economia circolare e bioeconomia, ripristino di biodiversità e forte riduzione di emissioni attraverso una Transizione che richiama il cammino verso l’Ecologia Integrale descritta da Papa Francesco nella ‘Laudato Sì’. I livelli istituzionali emiliano-romagnoli impegnati a favore del vagheggiato CCS in quel di Ravenna (la prima versione del PNRR intendeva dedicare a quel progetto 1,35 miliardi di Euro) contrastano, contestualmente, progetti per la generazione eolica nell’offshore romagnolo, tema su cui mi pare ora necessiti un confronto culturale razionale, trasparente e documentato.
Percepisco come non noto a molti dei citati politici, il ‘Piano di Gestione Integrata della Zona Costiera’ (GIZC) ai sensi delle norme UE, che l’allora Assessore Reg. Ambiente Dr. Tampieri coordinò fino alla approvazione da parte di Giunta Regionale ed Enti Locali costieri e presentato ufficialmente al Convegno ‘Sviluppo sostenibile della costa’ a Rimini nel Maggio 2003.

Il Piano GIZC dava priorità a un ‘set’ di azioni tra cui:
• riqualificazione dei servizi alberghieri sul piano dell’efficienza eco-energetica;
• riutilizzo per pescaturismo e cabotaggio costiero di pescherecci in dismissione;
• utilizzo della linea ferroviaria tra Cattolica e Ravenna come metropolitana di superficie per decongestionare la statale Romea.

In materia di politiche energetiche, a seguito dell’analisi del bilancio energetico d’area (Scheda 8). il Piano prevedeva:
• creazione di un “parco tecnologico costiero”, per sistemi energetici fondati su fonti rinnovabili, dai bagni con solare termico a fotovoltaico alla Wind Farm Offshore

(Fig.1) per 240MW sulle piattaforme in dismissione fino alla produzione/utilizzo di biomasse da aree di rinaturazione periurbana.

 

Fig.1 Scenario ‘Wind Farm Offshore’

Per realizzare la WindFarm offshore sulle piattaforme in dismissione mineraria, molto si lavorò per evitarne lo smantellamento, che avrebbe rimesso in circolo i fanghi tossici da attività di perforazione, accumulati nei fondali sotto le piattaforme. Evitato tale rischio, il confronto con l’allora AGIP Produzione ed Estrazione portò ad ottenere che la allora Snamprogetti si facesse carico del programma REPLAT – Recycling Platforms per validare la fattibilità dell’installazione di pale eoliche sulle piattaforme presenti da Cattolica a Ravenna, verificando intensità e direzione dei venti nell’area: le pale allora disponibili (0.5 MW/cad) richiedevano velocità del vento superiore a 6m/sec, che REPLAT dimostrò presente per quasi 2000 h/anno, escludendo che regimi di bora potessero pregiudicarne l’equilibrio statico. Il trasporto a terra della elettricità producibile non era un vincolo: le piattaforme erano già interconnesse con cavo fino a quelle denominate ‘Angela’ ed ‘Angelina’, localizzate in prossimità dell’area portuale di Ravenna.
La dismissione mineraria di una piattaforma non significava esaurimento totale del giacimento, ma solo che la pressione del gas residuo non era più considerata utile commercialmente; quel gas residuo sollecitò l’interesse al progetto di SAPIO ed HERA, cui appariva interessante la trasformazione in situ del gas naturale a Idrogeno con processo di ‘reforming’ alimentato dall’energia eolica, e di CETENA-Fincantieri, interessata al ‘refitting’ a celle a combustibile dei motori dei circa 300 pescherecci di Rimini allora in dismissione, così riutilizzabili per cabotaggio costiero di merci e persone in alternativa alla intasata e pericolosa strada costiera.
CETENA-Fincantieri considerava una tale sperimentazione prodromica rispetto alla sua progettazione, allora in programma, di un vaporetto elettrico per Venezia. Il Piano GIZC approvato da tutti gli attori istituzionali non trovò attuazione, poichè EniPower, impegnata a dare corso al progetto di una centrale a ciclo combinato da 800 MW a Ravenna, orientò a sfavore della WindFarm l’Assessorato Regionale Attività Produttive competente in materia di impianti energetici ed aggregò il consenso di imprenditori e sindacati interessati alla realizzazione della centrale che il Piano GIZC dimostrava non necessaria al bilancio energetico emiliano-romagnolo. Le rappresentanze sindacali spesso temono ancor oggi che una politica energetica sostenibile metta a rischio gli attuali addetti al comparto fossile, quando basterebbe calcolare quanta occupazione genererebbero la diffusione di Comunità Energetiche e l’applicazione delle normative ‘Ecobonus’ per sciogliere il dubbio.
Gli uffici regionali ‘resistivi al cambiamento GIZC’ inserirono nei loro programmi un obiettivo di produzione da fonti rinnovabili pari a una potenza installata di 20 MW, a fronte di un potenziale di oltre 200 MW solo dalla WindFarm offshore: un triste ‘specchietto per allodole’ ambientaliste! Se i progetti proposti dal Piano GIZC approvato avessero avuto attuazione, dalla solarizzazione termica e fotovoltaica di stabilimenti balneari e strutture ricettive fino alla WindFarm offshore sulle piattaforme in dismissione, la Riviera avrebbe goduto di un grande valore aggiunto sia in termini di immagine ‘environmentally friendly’ che di laboratorio avanzato di innovazione tecnologica e gestionale, ospitando quella che sarebbe stata la prima WindFarm del Mediterraneo (ora non più). Oggi industrie e governi dell’Europa Centro Settentrionale sono impegnati nella progettazione di parchi eolici nei tempestosi mari del Nord, su supporti galleggianti, con dotazione di pale di potenza 14 MW/cad per una velocità del vento di 3 m/sec. Contestualmente, il mondo cooperativo vive la crisi dei suoi principali attori in campo tecnologico e delle costruzioni, da sempre non insensibili alle ‘sirene fossili’. Peccato!

Confido che riprendere il cammino interrotto sia occasione di una correzione di rotta per un’Emilia-Romagna attore trainante e credibile al tavolo del Green Deal.