I Paesaggi Umani di Monte Mario e il suo manicomio

I Paesaggi Umani di Monte Mario e il suo manicomio, di Carlo Infante – Smart Community

Uno dei focus più importanti del progetto Paesaggi Umani di Roma Plurale è quello di creare le condizioni abilitanti per attivare community empowerment alla base del principio di smart community.
In piena ottobrata romana, il miglior momento per vivere Roma, viene voglia di passeggiare e magari ragionare insieme su come ripensare i territori.

Uno dei posti più emblematici per farlo è la pista ciclopedonale che da Monte Mario scende verso Monte Ciocci seguendo l’inclinazione morbida di un ex tratto ferroviario. L’idea della rigenerazione di questo percorso fu di Walter Tocci quando nel 1993 da vice Sindaco progettò la “cura del ferro” ottimizzando il sistema del trasporto pubblico combinandolo con l’anello ferroviario. Nel 2007 si attuò una prima parte di quella pista strepitosa che si battezzò “la nuova via francigena” quando si è battuta, insieme allo stesso Tocci.

Il progetto Paesaggi Umani parte dal Casotto del Monte Ciocci

È proprio lungo questo tratto che con il progetto Paesaggi Umani di Roma Plurale il walkabout di Urban Experience è partito dal Casotto del Monte Ciocci diventato presidio civico nella pista ciclopedonale con un’attività culturale costante in buona parte declinata al femminile. Da una panchina rossa Consuelo Ciatti ha citato un saggio di Franco Basaglia (“Corpo, sguardo e silenzio”) che tratta del concetto di alterità e di inclusione sociale. È un buon spunto per andare verso l’ex Manicomio Santa Maria della Pietà dove si è evocato Alda Merini.

Lungo la via si ascolta in radiocuffia un frammento del film di Scola “Brutti, sporchi e cattivi” ambientato nella baraccopoli (vera, non un set) che era proprio lì, sulla sommità del Monte Ciocci. Si va a prendere poi il treno per raggiungere Monte Mario e nel tragitto Consuelo Ciatti invita i partecipanti a leggere alcuni frammenti basagliani.

Si ascolta anche la voce di Franco Basaglia quando ci si trova di fronte all’ex Manicomio che nel 1978 grazie alla sua Legge (considerata come uno degli atti più rivoluzionari del nostro Paese) fu chiuso come tutte le altre strutture di internamento, aprendo la Società tutta. Consuelo pone uno striscione con uno dei motti basagliani più illuminanti: “Da vicino nessuno è normale”.

Alda Merini, la poetessa ferita

Continua la rapsodia teatrale “Io sono il canto e la lunga strada” ispirata a Alda Merini, andando verso uno dei padiglioni non ancora ristrutturati. Di fronte a quell’edificio rovinoso si ha la netta percezione della memoria dolente di un luogo manicomiale. Sta arrivando il buio e si crea la giusta atmosfera per misurarci con la vita e la poesia di Alda Merini, autrice fragile e minata dall’esperienza dell’internamento tragico nel manicomio..

Un’immersione nel mondo tragico di una delle sensibilità più ferite e poetiche del secolo scorso. Tra le sequoie si sviluppa un’azione itinerante in cui la scrittura della Merini, attraverso l’oralità sapiente di Consuelo, risuona in radio-cuffia dritta dritta verso la coscienza dello spettatore coinvolto in un’esplorazione che non è solo fuori, nel parco del S.Maria, ma dentro, in un turbinio emozionale che fa prendere atto del delitto contro un’alterità femminile. La drammaturgia errante mette a nudo lo squallore dell’ospedale psichiatrico ma evoca anche gli amori di una poetessa che nel “raccontarsi agli altri” metteva in gioco una generosità disarmante.

I walkabout a Villa Fiorelli

Il progetto Paesaggi Umani ha trovato un suo campo base a Villa Fiorelli al Tuscolano dove si sono svolti dei walkabout radionomadi sui temi della narrazione dei territori registrando testimonianze orali da tradurre in geopodcast, audio-clip da posizionare in una mappa on line.

È in uno di questi contesti che dopo una giornata densa di incontri si è svolta la performance conviviale di Mariella Fabbris “L’albero delle acciughe” tratto da un racconto di Nico Orengo spalmato su pane, vino e un mare di acciughe. Mariella (fondatrice del Laboratorio Teatro Settimo nei primi anni Ottanta e protagonista del teatro di narrazione) ha condotto nel viaggio di quel pesce azzurro e proletario, dai mari del sud alla pianura padana fino alle Alpi, diffuso dai carri dei contrabbandieri che con le acciughe stipate nei barili veicolavano il sale e un po’ di mare da unire ai frutti della terra.

Il teatro insorge nella prossimità resa tale da una narrazione empatica che si fa relazione e desiderio di comunità. Un esempio fulgido di generosità e apertura d’animo che conferma quanto il vero spettacolo è nel ritrovarsi protagonisti di un momento di bella partecipazione e non più solo di fronte a rappresentazioni formalizzate. È proprio quello che cerca Urban Experience nel promuovere l’idea di “memoria rigenerativa” per coniugare le storie con le geografie urbane.