Il bugiardino, di Stefano Martello, Elena Zanella Editore

Esce oggi il nuovo libro di Stefano Martello “Il bugiardino” , Elena Zanella Editore. Eco in città ha voluto intervistarlo. Martello giornalista e comunicatore, mentor del Laboratorio di comunicazione Comm to Action di Bologna, è coordinatore di Eco Media Academy e condirettore della collana New Fabric di Pacini Editore.

Stefano, il tuo testo mi ha decisamente stupita, soprattutto per la sua natura di glossario. Non c’è, secondo te, il rischio di una ridondanza di contenuto come di utilità?

Nel momento in cui ho presentato il progetto all’interlocutore editoriale, l’ho definito un testo di retroguardia, che non indaga nulla di particolarmente nuovo o innovativo ma conserva una sua utilità soprattutto rispetto all’attuale periodo storico. La sensazione è che il significato di certe parole (tecniche come generaliste) si sia progressivamente smarrito, dando luogo a significati ibridi che ne caratterizzano la messa a terra, creando in molti casi vere e proprie distorsioni organizzative, comunicative ed attuative. Il tutto – è bene non dimenticarlo mai – in un ambiente che non ha ancora ben metabolizzato il significato di un processo comunicativo in termini di struttura, fatica, tempo e risorse. Indugiando in una logica comportamentale spesso casuale o, peggio, creativa. Riflettere sulle 50 parole che compongono il testo è stata una attività estremamente stimolante e, per certi versi, salvifica. Segno che anche una ritirata, se strategica e ben consapevole, può aiutare un ritorno vincente – o prosaicamente più efficace – in prima linea.

Nel testo compaiono parole tecniche, che riguardano direttamente il tuo ambito professionale di provenienza, e parole più generali. Perché questa scelta? Non sarebbe stato più conveniente, in termini di consultazione, privilegiare le prime?

La comunicazione è al 50% tecnica (e, dunque, capacità di leggere e decodificare i pubblici) e al 50% relazione (dunque, emozione, coinvolgimento, empatia); l’obiettivo è il mantenimento dell’equilibrio per evitare che una delle due forze sovrasti l’altra. E viceversa. Conoscere solo le parole tecniche – e tutto ciò che le stesse sottendono – è certamente utile per migliorare metodi e azioni ma non è tuttavia sufficiente per assicurare piena efficacia al processo. E, ancora una volta, viceversa. A tutto questo si aggiunga anche la composizione peculiare di una organizzazione non profit che coinvolge volontari e volontarie, che esprimono aspettative e competenze variegate. Come ho scritto proprio a proposito del #comunicatore tutto questo esige l’adozione strutturata di approcci formali e informali.

Tra queste 50 parole, contenute ne Il Bugiardino, quali ritieni siano le più importanti o le più immediate da applicare?

Anche in questo caso dipende. Come hai giustamente sottolineato, il testo, di Elena Zanella Editore, ospita parole tecniche e parole di metodo. Tra le prime, credo #Piano di comunicazione, lo strumento più importante della nostra cassetta degli attrezzi sia in termini meramente procedurali che di assunzione di responsabilità da parte dell’organizzazione. Ogni volta che ne evoco anche solo la probabilità, gli entusiasmi si smorzano ed iniziano a venir fuori i tentennamenti o le richieste di un processo più snello e veloce. Si tratta di una miopia estremamente pericolosa di cui secondo me vediamo gli effetti nelle strategie social, sempre meno ragionate e sempre più di pancia. Tra le seconde, scelgo in egual misura, #No e #Committente. Perché spesso siamo proprio noi comunicatori ad appiattirci su richieste sempre più irrealizzabili o semplicemente poco consone rispetto all’identità di una organizzazione, lanciandoci in si irresponsabili che si rifletteranno non solo sull’esito del processo ma anche sulla nostra stessa reputazione, personale e collettiva. Un #No ragionato e motivato – per quanto potenzialmente ostile – può aiutare non solo una resa più efficace ma anche il consolidamento di un rapporto basato sulla fiducia reciproca.

Mi ha colpito molto un passaggio della tua introduzione, in cui citi parole tabù che il terzo settore non sarebbe ancora pronto a pronunciare. La tua voleva essere una provocazione o è davvero così?

Ritengo che sia davvero così e che molti – anche in perfetta buona fede o per istinto di protezione nei confronti dell’ambito – siano atterriti dall’idea di una contaminazione semantica se non altro perché potrebbe trasformarsi in contaminazione operativa. Ma credo si tratti di una resistenza culturale da affrontare in maniera razionale e non ideologica, confessando le vulnerabilità di cui l’ambito ancora soffre ed evidenziando le opportunità che, se ben metabolizzate, potrebbero comportare un miglioramento sostanziale. La mia idea è che, di questi tempi, non ci si possa permettere il lusso di una convinzione statica, che considera solo ciò che va bene, ma si debba ricercare sempre una tensione critica, anche alla luce degli incontri sempre meno occasionali del terzo settore con il profit, per esempio.

E allora, per concludere, una provocazione la voglio lanciare io. Perché leggere un libro di retroguardia, come lo hai definito tu, in un momento in cui le novità sono all’ordine del giorno?

Per tenere sempre a mente le fondamenta del nostro agire professionale e per imparare a capire – a prescindere dagli anni e dall’esperienza maturata – se quelle novità siano tali, e dunque da approfondire, o se al contrario non siano altro che fenomeni di costume comunicativo, buoni per una stagione.

Già in libreria Volontariato Aziendale Multicanale, di Stefano Martello e Salvatore Rimmaudo, Elena Zanella Editore