Lavoro e beni comuni

Il legame forte tra lavoro e beni comuni

Il legame forte tra lavoro e beni comuni è una prospettiva che rende possibile una traiettoria futura, capace di riportare l’equilibrio tra lavoro umano e lavoro automatizzato, tra sviluppo locale e globale.

Vediamo come e perché. Secondo la filosofia, la sociologia e l’antropologia, il lavoro è un’attività umana fondamentale, fonte di identità e fattore di socialità; è la grande categoria con la quale sono state costruite gerarchie sociali e organizzazioni politiche, proprietà, produzione e distribuzione della ricchezza.

La sua centralità è stata alla base della creazione della società “fondata sul lavoro” successiva alla seconda guerra mondiale e che è entrata in crisi dagli anni ‘80 con la transizione dalla società industriale a quella post-industriale.
Negli anni ‘90 si evidenzia la fine di questi paradigmi interpretativi e tra questi, i più rilevanti per la riflessione sulla centralità del lavoro, ve ne sono almeno due che vogliamo ricordare: la “fine del lavoro” e la “fine della classe operaia”.

“La fine del lavoro” di Jeremy Rifkin

Su “La fine del lavoro” fu pubblicato 30 anni fa un libro, così intitolato, dall’economista Jeremy Rifkin, dove spiegava che la fine del lavoro umano sarebbe stata una conseguenza della terza rivoluzione industriale trainata dall’informatica. Tali riflessioni sono utili ancora oggi per analizzare la fase attuale, ovvero quella della quarta rivoluzione industriale, trainata dall’Intelligenza Artificiale e dalla robotizzazione, poiché gli effetti delle innovazioni tecnologiche sull’occupazione e sull’economia mondiale rappresentano la sfida ultima al lavoro umano.

La sociologia contribuì ad analizzare la crisi della società del lavoro degli anni ‘80 e ‘90, evidenziando l’emergere dell’avvento post-industriale nel quale il lavoro aveva perso centralità come perno dell’organizzazione sociale ma anche della vita individuale.
Difatti dagli anni ’90, il lavoro torna ad essere sempre più frammentato e precario e sempre meno fonte di identità. Queste teorizzazioni, nella loro diversità e complessità, colgono la crisi non solo del lavoro ma anche della cittadinanza sociale, che era stata costruita proprio sul lavoro, nel secolo precedente. [leggi Ulrick Beck, Claus Offe, Jürgen Habermas e Ralph Dahrendorf]

Indubbiamente, i processi di crisi e di ristrutturazione del sistema capitalistico avvenuta tra la fine degli anni ‘70 e la fine degli anni ‘90 hanno fortemente ridimensionato i lavoratori delle fabbriche, facendoci avvicinare al concetto della “fine della classe operaia”, originando riflessioni importanti sulla scomparsa dell’età industriale e sulla deindustrializzazione come processo totale.

La complessità del sistema dei saperi e delle azioni

Possiamo affermare che nell’ultimo secolo ha vinto – nella formazione dei processi sociali, culturali ed economici – la cultura del taylorismo, dettando i tempi del lavoro, della produttività, delle specializzazioni e della separazione dei saperi. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. La società ha potuto disporre, da un lato, di prodotti senza qualità, e dall’altro dell’inizio di un progresso rapidissimo dove la tecnologia sta provando a soppiantare sia la coscienza critica del sapere, sia il valore dello sviluppo umano in sé, che deriva dalla complessità del sistema dei saperi e delle azioni.

Nei paesi industrializzati, il lavoro che si privilegia, ancora oggi, è quello che deve realizzare volumi ed eccedenze di prodotti che poi saranno svenduti nei paesi poveri fino a raggiungere enormi quantità di merci inutilizzabili che a loro volta trasformano luoghi di terra e di mare in discariche a cielo aperto. L’imposizione di queste azioni di trasformazione continuano a produrre variazioni ed alterazioni degli ecosistemi con tempi storici dissonanti dai tempi biologici necessari all’ecosistema Terra per riformare i suoi equilibri in continuità e senza confliggere con quelli precedenti.

Gli effetti dell’intelligenza artificiale

Tra le grandi transizioni che incombono sull’umanità, la tecnologica/digitale che includere l’IA sarà quella capace di trasformare molte professioni oggi svolte dagli umani, attraverso la loro automatizzazione progressiva. Assisteremo ad una dinamica complessa che includerà elementi sia di collaborazione che di sostituzione progressiva del lavoro umano, a seconda dei contesti. Per molti lavori, soprattutto quelli ripetitivi, o che implicano l’analisi di grandi quantità di dati strutturati, l’IA porterà ad una loro sostituzione significativa. Questa tendenza è destinata a continuare e ad espandersi. Tuttavia, lo scenario più probabile è quello della collaborazione uomo-macchina, spesso definita “intelligenza aumentata”. In questo modello, I’IA non sostituisce l’umano, ma agisce come uno strumento che ne potenzia le capacità.

L’aspetto ancora molto interessante e da non sottovalutare è quello relativo al fatto che l’espansione dell’Intelligenza Artificiale ha bisogno di molti dati per funzionare e per automatizzare processi, ma, soprattutto e spesso, essa richiede un intervento umano per la configurazione, la gestione delle eccezioni e il suo adattamento a nuove situazioni.
Quest’ultimo concetto avvalora il fatto che le tecnologie non sono neutre e oggettive, ma sono frutto delle scelte di chi le progetta e le finanzia, sono influenzate dalle teorie.
Precisa Görkem Akgöz, nella sua riflessione critica sulla diffusione del taylorismo digitale, che ogni impatto tecnologico sul lavoro non è predeterminato, poiché dipende, sì dalla natura della tecnologia, ma anche dalle caratteristiche dell’organizzazione del lavoro, dai meccanismi di controllo storicamente determinati, dalle decisioni manageriali, e dalla resistenza dei lavoratori.

La transizione tecnologica/digitale

Quindi se vogliamo che il lavoro umano rimanga al centro della storia della specie, come attività fondamentale, la transizione tecnologica/digitale in corso deve essere governata con un ruolo attivo delle istituzioni e delle organizzazioni sindacali, delle università e dei luoghi di socializzazione, affinché il lavoro possa essere considerato qualcosa di più che una merce da sostituire con un’altra meno costosa.
Oggi, volendo e dovendo tornare a costruire una cultura della qualità, si pone la necessità di ridefinire: i valori culturali del lavoro, i processi della nuova produzione, le merci e i servizi che si consumeranno.

Il lavoro, per affrontare queste necessità, deve tornare ad essere una delle categorie fondamentali, da definire nella struttura e nella forma, per attuare processi virtuosi di sostenibilità futura. Per lo sviluppo sostenibile, il lavoro può tornare ad essere una categoria di senso, portatore d’identità sociale, non semplificabile nella sua sola variabile occupazionale ed economica; potrà tornare a rappresentare l’evoluzione della specie umana e la sua cultura. Se saranno attuati i cambiamenti di cui necessitano la natura e la società, il lavoro sarà ancora una volta l’abilitazione sulla quale potremo far camminare il nuovo modello di sviluppo. In questo modo il lavoro si pone come sintesi del valore culturale di una società e ne disegna la storia, e ne riflette la visione. Potrà riemergere il senso e la portata civilizzante del lavoro umano anche nell’odierna società.

Il lavoro come azione partecipativa e attuativa della cultura

Il lavoro non è solo una richiesta sociale, bensì la categoria del governo sociale, è un’azione partecipativa e attuativa della cultura, ne costruisce i paradigmi e ne realizza i processi. Esso è legato indissolubilmente al “modello di sviluppo” in essere in una società, contribuisce, con le sue componenti culturali, progettuali e attuative, a definirlo e realizzarlo.

Il lavoro, per lo sviluppo sostenibile, dovrà essere il frutto di un’azione culturale; la matrice del grande laboratorio della creatività delle persone e delle loro passioni per il sapere, il saper fare, il saper divenire. Sono le categorie della cultura e del lavoro che ci permettono di analizzare con quale visione storica, con quale produzione e distribuzione sociale della ricchezza, e quindi con quali lavori, possiamo mettere in essere l’uscita dalle transizioni ecologica, digitale e sociodemografica.

Dovremo progettare, attuare e gestire il nuovo mondo dello sviluppo sostenibile, la progettazione delle trasformazioni in armonia con i tempi biologici per il benessere ambientale, e la modificazione del rapporto spazio-tempo che l’informatica propone e impone nel quotidiano umano e produttivo. Le nuove prospettive che si profilano entrano in conflitto con gli assetti raggiunti dalle specie perché difformi dal loro lento processo di evoluzione realizzatosi nei tempi biologici necessari. Tutto si può adattare, correggere e, per quanto possibile, mutare ma è necessario seguire modelli di sostenibilità formate sullo studio dei tempi biologici dei processi naturali. Al momento la corsa alla legittimazione del presente è superiore alle richieste di modificazioni e cambiamenti per il futuro.

La questione energetica

Eppure, per la sopravvivenza del pianeta e dei suoi abitanti, dovremo passare dall’energia da fonti fossili a quella da fonti rinnovabili, da città che disperdono energia, tempo e prodotti a città con consumi ecologicamente ed economicamente sostenibili, riducendo la mobilità delle merci e del lavoro, utilizzando i vantaggi del nuovo rapporto spazio-tempo così come possibile con il progresso tecnologico. Il lavoro futuro dovrà impegnarsi a modificare modi e rapporti di produzione. Saranno anche il mondo della cultura e della ricerca che dovranno essere protagonisti del passaggio dallo sviluppo insostenibile a quello sostenibile.

Bisogna progettare la rete dei nodi biologici e la mappatura dei beni comuni.
Ridisegnare le reti di produzione e distribuzione energetica, riprogettare l’uso dei beni primari e di godimento comune, i sistemi urbani con le loro tipologie residenziali, i loro apparati produttivi e distributivi, e di consumo delle merci, produrre beni e non scarti, ripensare la produzione di energie alimentari nelle quantità, qualità e sostenibilità ambientale, porre attenzione ai processi di fotosintesi clorofilliana con vasto piano di forestazione e di mantenimento del verde nella litosfera, attuando l’economia circolare.

Gli ecosistemi devono essere monitorati e quindi costruiti Sistemi Informativi Territoriali capaci di portare a tutti la conoscenza di ciò che sta succedendo e di cosa potrà succedere in seguito alle trasformazioni richieste dalla società, capaci di leggere la salubrità degli ecosistemi e di valutarla quando vengono proposti cambiamenti su di essa. Senza conoscenza sociale e diffusa non può esserci partecipazione e senza partecipazione non può esserci sviluppo locale equo e solidale, bilanciato sui valori ambientali, sulla cura dei beni comuni e sul benessere dei cittadini.

Tempo in più oltre il lavoro

Tutti questi passaggi, ovvero il passaggio di coscienza dallo sviluppo insostenibile a quello sostenibile, non sono attuabili senza azioni culturali e formative. Così saranno valorizzati anche il lavoro, la realizzazione di processi produttivi idonei e virtuosi, ai quali i cittadini potranno partecipare in modo consapevole per la costruzione di un mondo sostenibile e per il riassetto degli ecosistemi. Lo stesso luogo di lavoro non sarà semplicemente il luogo in cui certi input vengono trasformati in certi output, ma sarà prima di tutto il luogo in cui si forma e si trasforma il carattere del lavoratore.

Perché appare difficile andare in questa direzione? A causa di un’organizzazione sociale incapace di articolarsi nel modo più adatto a valorizzare le persone. È evidente a tutti che le nuove tecnologie del digitale liberano tempo sociale dal processo produttivo, un tempo che l’attuale assetto istituzionale trasforma in disoccupazione oppure in forme varie di precarietà. L’aumento, sistematico, della disponibilità di tempo – un tempo utilizzabile per una pluralità di usi diversi – continua ad essere utilizzato per la produzione di cose o servizi di cui potremmo tranquillamente fare a meno e che invece siamo indotti a consumare, mentre non riusciamo ad impegnarci per la valorizzazione di altri beni come quelli relazionali ed i beni comuni.
Dedichiamo lavoro creativo e tempo di qualità alla valorizzazione di beni comuni da tramandare, così facendo attraverseremo velocemente e in modo sostenibile le transizioni.

di Cinzia Rossi Prof.ssa di Antropologia Organizzativa, Tesoriera di Fondazione Communia, Presidente OsPTI