Il surriscaldamento climatico in Italia consolida la sua tendenza al rialzo e il mare è sempre più caldo. Secondo il Rapporto annuale del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, che unisce Ispra e le agenzie regionali, il 2025 si è imposto come il secondo anno più caldo per i bacini italiani dal 1982, con una temperatura media delle acque di 20°C e picchi estivi superiori ai 26°C, segnando un’anomalia di +1,8°C rispetto al periodo 1991-2020. Anche la temperatura dell’aria ha superato la norma di 1,03°C, trainata da un mese di giugno eccezionale e da un’estate che si è posizionata al quarto posto tra le più roventi dal 1961.
Sul fronte delle precipitazioni si registra una profonda spaccatura geografica nel Paese. Le piogge più frequenti al Nord hanno fatto registrare un incremento del 7% rispetto alla media, migliorando la disponibilità idrica dell’area, mentre il Centro è rimasto in linea con i valori storici e il Sud ha subito un calo del 5%. Questo scenario, caratterizzato da anomalie termiche diffuse e squilibri nelle risorse idriche, rende sempre più impellente l’adozione di rapide misure di mitigazione e adattamento sul territorio.
I dati del monitoraggio del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente confermano che il cambiamento climatico non è più una sfida del futuro, ma una realtà con cui siamo già chiamati a confrontarci – ha dichiarato Maria Alessandra Gallone, presidente di ISPRA ed SNPA – Gli scenari elaborati da ISPRA dimostrano che il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni è possibile, a condizione di accelerare il percorso con scelte fondate sulla conoscenza scientifica, sulla qualità dei dati e sulla capacità di prevenire e adattarsi ai cambiamenti. La transizione ecologica ed energetica si costruisce con la collaborazione di istituzioni, imprese e cittadini perché trasformando la conoscenza in azione potremo rendere il nostro Paese più sicuro, resiliente e competitivo.
Mare troppo caldo e divario idrico
Nel 2025 le precipitazioni complessive in Italia sono rimaste in linea con la media storica (+1%), ma con una profonda spaccatura geografica: il Nord ha registrato un aumento delle piogge del 7%, mentre il Sud e le Isole hanno subito un calo del 5%. La primavera è stata la stagione più piovosa, mentre l’autunno è risultato il periodo più asciutto (qui il Rapporto).
Ma se le abbondanti piogge settentrionali hanno permesso di ripristinare le riserve idriche oltre i livelli di riferimento, il Centro-Sud ha continuato a fare i conti con una siccità da moderata a estrema. Nelle regioni meridionali si sono registrati periodi consecutivi senza pioggia eccezionalmente lunghi: 121 giorni sulla costa ionica della Calabria, 118 in Sardegna e 116 in Sicilia, dove la severità idrica è rimasta alta per l’intero anno, richiedendo il monitoraggio costante degli Osservatori distrettuali.
Risorse idriche in contrazione e picchi di maltempo
A livello nazionale, la disponibilità d’acqua è scesa a 128 miliardi di metri cubi. Si tratta di un valore inferiore del 7% rispetto alla media di lungo periodo e del 19% rispetto al 2024, un dato che conferma il progressivo trend di riduzione iniziato nel 1951. Parallelamente alla carenza idrica, il 2025 è stato segnato da drammatici eventi estremi:
- aprile: piogge eccezionali fino a 600 mm in 24 ore hanno colpito il Piemonte e la Valle d’Aosta, provocando una vittima a causa di frane, allagamenti e valanghe;
- novembre: un sistema temporalesco stazionario in Friuli-Venezia Giulia ha scaricato oltre 200 mm di pioggia in 12 ore, causando l’esondazione del torrente Judrio e una frana a Cormòns che ha provocato due vittime.
Le strategie di intervento
Il quadro emerso conferma l’urgenza di agire su due fronti paralleli. Da un lato la mitigazione, per abbattere le emissioni di gas serra attraverso l’efficienza energetica e la transizione verso le rinnovabili; dall’altro l’adattamento, per mettere in sicurezza e rendere resilienti le infrastrutture e i territori di fronte agli impatti della crisi climatica. Il nostro mare non può attendere.







