Imprese green

Green a nostra insaputa, di Marco Gisotti – Green Jobs Place

Sono anni che il rapporto Greenitaly, realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, mette in evidenza come le imprese green siano quelle che fanno maggiore fatturato, esportano di più, sono state più resilienti durante la pandemia e, alla fine, assumono più persone e in maniera più stabile.

A questi dati, che ormai dovrebbero convincere anche i più scettici a una immediata conversione, si aggiunge adesso anche il dato delle imprese italiane che hanno brevetti per tecnologie Net Zero.
Secondo analisi effettuate da Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne, ben 1.268 imprese italiane dal 2010 ad oggi hanno depositato brevetti per tecnologie “Net Zero”, che non producono emissioni climalteranti, e che hanno registrano un maggiore fatturato (+138% rispetto al totale delle imprese).

Le imprese sono potenti agenti di innovazione e di trasformazione economica e sociale – ha spiegato il segretario generale di Unioncamere Giuseppe Tripoli – La transizione verso la sostenibilità richiede, infatti, nuovi prodotti e servizi, nuovi materiali e tecnologie, e sono le imprese che li creano e li immettono nel mercato e nella vita civile.

Imprese green, le due facce della medaglia

In Italia, l’incidenza delle imprese che prevedono di investire in tecnologie e processi green è molto cresciuta in questi anni, passando dal 14,3 per cento del 2011 al 25,2 per cento del 2023 ci fa sapere Unioncamere. Tutto bene, quindi? Insomma. L’altra faccia della medaglia è che il 48 per cento delle imprese non ha ancora investito e non investirà nella sostenibilità.

C’è una terza faccia di questa medaglia o, forse, un lato che rimane spesso taciuto, che però ribalta del tutto il senso dell’analisi. Un po’ come quando Alessandro Borghese sovverte il verdetto in Quattro ristoranti.

Imprese e occupazione

Vediamo il dato che riguarda la domanda di occupazione: quattro quinti (il 79,4%) di tutti i contratti programmati nel 2023 dalle aziende italiane, cioè 4.374.720 posizioni di lavoro, sono stati destinati a persone con competenze verdi. Significa che questa immensa richiesta di lavoratori green è un fiume carsico – i fiumi carsici sono quelli sotterranei, che non si vedono – che rivela come la transizione ecologica sia in corso ben più di quanto le stesse imprese siano disposte ad ammettere o di quanto ne siano coscienti esse stesse.

Anche quel 48 per cento di aziende che dichiara di non aver ancora investito o che non investirà nella sostenibilità, nei fatti, chiede comunque lavoratori con competenze utili alla sostenibilità. Il che significa che oltre a questi, con ogni probabilità, ha già messo in moto una trasformazione dei suoi modelli produttivi, dell’uso che fa dell’energia e delle materie prime, della gestione dei rifiuti, delle acque, delle tecnologie…

Ricordate la metafora della rana che, vivendo in una pentola con l’acqua che si scaldava poco alla volta, finiva bollita senza nemmeno accorgersene?
E, se per una volta, il processo andasse all’incontrario e la rana fosse salva e noi ci ritrovassimo più sostenibili?

di Marco Gisotti, giornalista, divulgatore, esperto di green economy, comunicazione e green jobs