Intervista ad Angelo Bonelli – Federazione Nazionale dei Verdi, di Massimiliano Pontillo Direttore Eco in città

Oggi incontro Angelo Bonelli, che comincia negli anni ’80 il suo impegno ecologista e politico prima nelle associazioni ambientaliste e poi nei Verdi, di cui è stato il Presidente e ora ne è il Coordinatore nazionale. E’ stato deputato e Capogruppo del partito nella XV° Legislatura. Ha ricoperto le cariche sia di Assessore all’Ambiente che di Consigliere alla Regione Lazio. Alle ultime elezioni europee del maggio scorso è stato candidato per Europa Verde.

1) La pandemia globale Covid-19 ha fatto emergere, con forza e drammaticità, una riflessione generale sulla insostenibilità dei nostri stili di vita. Una grande lezione per ripensare seriamente ad un futuro migliore, all’insegna del green?

L’emergenza da Coronavirus è figlia anche dello squilibrio ambientale, dell’urbanizzazione selvaggia, della perdita di biodiversità, della deforestazione, degli allevamenti intensivi e di un poco corretto rapporto uomo-animale che hanno favorito lo spillover, ovvero il salto di specie del virus da animale verso l’uomo. Un caso molto conosciuto è quello del virus del Nipah passato dai topi volanti che si spostavano dalle aree distrutte dalla deforestazione in Indonesia verso i villaggi rurali con allevamenti di maiali. Il cambiamento climatico, attraverso l’innalzamento delle temperature, favorirà il trasferimento di patogeni, anche letali, come ad esempio le zanzare da luoghi tropicali nelle aree dei cosiddetti paesi più ricchi come Europa o Stati Uniti, e nessuno sarà immune: per l’Oms ogni anno nel mondo muoiono 1 milione di persone a causa delle punture di zanzare e altri insetti provocando dengue, chinkungunya, febbre del Nilo occidentale e malaria.
Il Covid-19 ha messo in crisi i sistemi sanitari dei paesi più ricchi, l’economia e la finanza globale provocando una pandemia che ha evidenziato quanto le nazioni tecnologicamente più avanzate siano fragili, vulnerabili ed impreparate ad affrontare e prevenire eventi di questo tipo. E’ la vulnerabilità il problema che la società contemporanea globale ha di fronte a sé e su questo i governi del pianeta sono chiamati a dare una risposta perché siamo di fronte ad un bivio: avviare la ricostruzione dell’economia e del nostro sistema di sicurezza sociale ricominciando dalle identiche politiche pre-crisi o avviare un cambiamento radicale nelle politiche economiche investendo nell’ambiente, lavoro, sanità, formazione, università, ricerca, nel trasporto pubblico, nelle energie rinnovabili, nella difesa del suolo e nell’agricoltura di qualità

2) Perchè in Italia, rispetto ad altri paesi europei, i temi ambientali ancora faticano ad entrare nell’agenda politica?

I decisori politici in Italia hanno una visione vecchia sul futuro, o meglio non hanno una visione su come dare una risposta all’emergenza epocale che mette in discussione la sopravvivenza del nostro pianeta. La politica ancora prevalente è quella del consumo delle risorse, dello sfruttamento e del non porre alcun freno all’inquinamento che secondo l’agenzia europea per l’ambiente ogni anno nel nostro paese provoca oltre 75 mila decessi. Invece l’Italia ha bisogno di una svolta green per rilanciare l’economia nel nostro paese così come sta accadendo in molti paesi europei del Nord, sia nel settore dell’edilizia sostenibile, dell’auto pulita e di un piano energetico 100% rinnovabile che riuscirebbero a creare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro ogni anno. Chi è al governo, invece, ritiene che per uscire dalla crisi attuale siano necessarie autostrade, grandi opere: l’opposizione ha chiesto l’eliminazione dei certificati antimafia, dei vincoli paesaggistici e proposto il condono edilizio. Questo dà la misura dell’arretratezza culturale della politica italiana ad affrontare sfide epocali come quella che stiamo vivendo e spiega anche perché, dal punto di vista dell’innovazione e della modernizzazione, siamo praticamente ultimi in Europa.

3) Clima ed energia: quali misure e soluzioni vorrebbe fossero adottate in un percorso di sviluppo più responsabile?

La crisi del petrolio, insieme alla crisi economica causata dalla pandemia da malattia Covid-19, aprono nuovi scenari per il futuro energetico del nostro paese e del mondo. Per la prima volta il prezzo del greggio, il 21 aprile scorso, ha raggiunto un prezzo negativo sul mercato americano pari a -37$, in pratica chi vendeva pagava chi acquistava: un evento storico. Per comprendere la portata del cambiamento in corso prendiamo, ad esempio, la società Netflix, che commercializza video in streaming, che oggi capitalizza 186 miliardi di dollari, uno in più del colosso petrolifero Exxon Mobil, mentre Tesla, che produce auto elettriche, capitalizza 136 miliardi di dollari, stessa cifra che realizza un’importante compagnia petrolifera come la Shell.
La riduzione del traffico, dei trasporti, il blocco quasi totale del traffico aereo rende incerto il futuro dell’approvvigionamento energetico derivante dal petrolio e questo lo sanno anche i produttori. Molte società hanno annunciato che non continueranno le estrazioni e l’apertura di nuovi pozzi, come la Glencore che ha rinunciato del tutto a estrarre petrolio in due giacimenti del Ciad. Prendiamo, ad esempio, il successo delle riunioni video via web. Perché dopo la pandemia, dovremmo volare in un’altra città per un paio d’incontri di un’ora, o attraversare una città in auto quando il risultato operativo di una riunione online è identico e ci consentirebbe di essere più efficienti? Pensiamo allo smartworking: verrà trascurata o implementata questa modalità di lavoro che consentirà a milioni di persone di lavorare da casa non utilizzando la propria auto per recarsi al lavoro?
Queste sole due scelte ridurrebbero drasticamente l’impatto energetico da idrocarburi e i costi economici e sociali rappresentati dall’inquinamento che, secondo i dati dell’agenzia europea per l’ambiente, causano nel nostro paese un danno economico tra i 47 e i 142 miliardi di euro l’anno.
Il governo può ancora permettersi di non lavorare per garantire una sicurezza energetica, anche strettamente legata al perseguimento degli obiettivi nel contrasto al cambiamento climatico, che ci salvaguardi dai conflitti geopolitici, sempre più frequenti, legati al petrolio?
Siamo a un bivio: dobbiamo scegliere tra conservazione e modernizzazione.
La seconda è l’unica strada possibile: con una politica energetica 100% rinnovabile per rilanciare economia, creare occupazione, migliorare la qualità della vita e tutelare la salute.

4) Vicenda ILVA di Taranto: un vero e proprio disastro ambientale a tutt’oggi ancora irrisolto. Cosa potrebbe fare il Governo, e quali scelte andrebbero perseguite?

Taranto è il simbolo dell’ipocrisia della politica italiana, quella politica che oggi parla del diritto alla salute ma non ha esitato a sacrificare la vita dei tarantini autorizzando, in deroga alle leggi ambientali e sanitarie, un’attività industriale inquinante i cui manager usufruiscono dell’immunità penale. Taranto è quella città che si è vista voltare le spalle da quella politica, anche di sinistra, che falsamente si dichiarava ambientalista ma che non ha speso una parola in difesa della popolazione tarantina. Il governo italiano ha grandi responsabilità su questa vicenda drammatica, dove i bambini si ammalano di tumore del +51% rispetto ai dati epidemiologici della media pugliese. Cosa fare? Quello che hanno fatto i tedeschi nel bacino della Ruhr, gli spagnoli a Bilbao o gli americani a Pittsburgh: ovvero avviare processi radicali di riconversione industriale investendo nell’innovazione, creando poli tecnologici, scientifici e della ricerca e nuove aree produttive non più inquinanti.

5) Prendersi cura dell’Italia: il Manifesto di Europa Verde per un’auspicabile transizione ecologica. Vuole darci una panoramica sintetica?

Con Europa Verde vogliamo costruire un punto di riferimento per i cittadini che vogliono il cambiamento e la necessaria conversione ecologica dell’economia e della società lavorando ed un’alleanza tra realtà sociali, produttive, associative e civiche. Abbiamo costruito relazioni e scambi con gli altri partiti Verdi in Europa. I Verdi Italiani sono in una fase di profonda trasformazione e cambiamento; per unirci in questo progetto, stiamo lavorando molto per costruire il gruppo dirigente di domani che sarà giovane e donna. Una cosa è certa pure in Italia, anche se tardi: il futuro sarà green. Essere ecologiste e ecologisti in Europa Verde vorrà dire dare risposte alla povertà sociale, alle ingiustizie sociali, portare più democrazia, dire stop alle guerre e fermare la follia delle spese militari, insieme alla battaglia contro il cambiamento climatico che significa innovazione e conversione ecologica dei modelli produttivi.

6) Il recente Movimento dei giovani ha scosso ulteriormente la coscienza collettiva, ma l’ambiente e l’Agenda 2030 continuano a non fare notizia; o meglio, catturano l’attenzione dei media più influenti solo in caso di emergenze e disastri naturali. Quali, secondo Lei, le ragioni di questa distanza?

In Italia non c’è una percezione dell’urgenza e del rischio rappresentato dal cambiamento climatico, i decisori politici vivono alla giornata non avendo una visione del futuro. Alla politica italiana manca una dimensione etica e lo stiamo vivendo in questa fase di emergenza sanitaria. La questione ambientale qui da noi fa parlare di sè nei grandi contenitori televisivi solo quando, in effetti, ci sono gravi disastri o emergenze; in altri paesi d’Europa la questione ecologica è strumento di dibattito per condizionare scelte economiche e industriali. Ad esempio, noi Verdi siamo stati espulsi dal sistema d’informazione televisivo, praticamente non esistiamo. In realtà ci siamo e facciamo proposte: alle elezioni europee abbiamo ottenuto il 2,4% oscurati dai media con una campagna che ci è costata 25 mila euro. In altri paesi europei i Verdi, a prescindere dal loro consenso, hanno garantiti quegli spazi televisivi e di comunicazione che gli consentono di parlare alla popolazione e di far valutare i loro programmi e le loro proposte politiche. Per vincere la sfida anche sul piano della comunicazione dobbiamo costruire una grande rete sociale che porti avanti i nostri contenuti, battaglie e proposte di governo.