Cina 2024

La Cina è lontana, di Walter Ganapini – Green Deal

Condivido appieno la riflessione del Presidente esecutivo di Brembo, Matteo Tiraboschi, quando afferma: “La Cina ormai ci supera nelle fabbriche. La Ue riscopra il suo cuore industriale”.
Non ho mai capito la scelta di delocalizzare le nostre industrie manifatturiere in Cina e altrove, imposta dai Chicago Boys della economia lineare, della crescita infinita e del consumismo senza nozione del limite delle risorse in un Pianeta ‘sistema finito’, della globalizzazione deregolata e della finanziarizzazione tossica, scelta motivata dal parossistico anelito al ‘cost cutting’ del lavoro e dall’aggressione ai diritti conquistati dai lavoratori soprattutto in Europa.

Trovavo soprattutto strabiliante la sottovalutazione del patrimonio storico e culturale cinese negli USA e in UE, quando esponevo i miei dubbi sulla strategia turbocapitalistica ad amici accademici e spin doctors; mi capitò anche di ragionarne con Franco Bernabè, unico italiano a sedere nel Consiglio d’Amministrazione di PetroChina, e con Alberto Forchielli che Romano Prodi incaricava di gestire in Cina il Fondo Mandarin, che operava con le aziende italiane interessate ad avviare là insediamenti produttivi.

Delocalizzare in un paese dalla cultura millenaria

I Chicago Boys proclamavano con la Casa Bianca del POTUS d’allora G.W. Bush jr che delocalizzare manifattura in Cina avrebbe generato inurbamento di manodopera rurale nelle nuove megalopoli e indotto culto di consumismo e profitto, provocando gravi crisi sociali che si sarebbero rivelate dirompenti del sistema politico e istituzionale governato dal PCC fino alla caduta del regime.

Questo mi spiegavano oltre venti anni fa amici di Washington operanti in Università e circoli che là (e non solo là) contano, dall’AID al DOE e all’EPA: era la ricetta ultraliberista e turbocapitalista applicata disastrosamente nella Russia di Eltsin, con gli effetti annunciati e poi denunciati da Jeffrey D. Sachs (e in World Bank da Ugo Finzi).
Ciò che già allora percepivo come stupefacente era la scarsa cultura storica di quegli spin-doctors circa la millenaria e complessa civiltà cinese, che avevo conosciuto da vicino a cavallo tra ‘70 e ’80 tra Accademia delle Scienze ed altissimi funzionari.

Cina, un paese proiettato nel futuro

Ricordo bene quando 42 anni fa Umberto Colombo, del cui Staff facevo parte in ENEA, mi volle Tutor e Project Manager del primo Corso “Energy and Environmental Resources Management” che le Nazioni Unite affidavano ad una Italia allora leader in pianificazione ecoenergetica e in ricorso a fonti rinnovabili ed efficienza (uso razionale delle risorse): svolsi l’incarico a Torino in UN-ILO lavorando con quaranta corsisti da tutto il mondo, il ‘meno titolato’ dei quali era un ingegnere eritreo con PhD all’American University di Beirut.

Tra i corsisti c’era l’Ing. Shià, ViceDirettore Centrale della Pianificazione Energetica della Repubblica Popolare Cinese, amico personale di Deng Xiao Ping: parlava francese perché era stato allievo dei Gesuiti a Shangai.
Il dialogare a lungo con lui nei mesi di Corso mi portò, pochi anni dopo, a non nutrire dubbio alcuno nel giudicare folle la prospettiva di trasferire il 30% della manifattura industriale mondiale in Cina, dove vivevano 1.5 miliardi di persone con una ricca storia millenaria alle spalle e straordinarie cultura e disciplina.

Negli anni ’90 andarono a formarsi in Università USA almeno un milione di giovani ricercatori e scienziati cinesi che, tornati a casa (a differenza dei nostri, spinti a non rientrare dalla offerta nazionale di lavoro loro prospettata) hanno costituito la spina dorsale dell’enorme spinta innovativa cinese: oggi la Cina pubblica 900.000 lavori scientifici certificati di alto livello contro i 700.000 degli USA ed è leader nei settori tecnologici di punta. Del Presidente Tiraboschi mi ha colpito poi l’osservazione di come in Cina:

Le fabbriche hanno cambiato natura. Fino al 2010 erano arretrate e mal gestite, perfino disordinate e caotiche. Adesso no. Lo stabilimento medio cinese è più avanzato di quello europeo o americano ed è tenuto, per ordine e cura, bene quanto quelli occidentali.

Solo la transizione può salvarci dalle crisi sistemiche

Mi è tornato alla mente il ricordo di Umberto Colombo che a metà ’80 ci raccontava le conclusioni di un survey che aveva condotto con pochi autorevoli colleghi di diversi Paesi, per conto dell’ONU e su richiesta del Governo cinese, analizzando il comparto industriale della Cina d’allora.

Secondo il pool di esperti, in Cina, come in Italia, si riscontrava una attitudine quasi genetica al lavoro artigianale, del concepire e realizzare un prodotto da parte di una persona che gestisce l’intero processo: secondo il pool, ciò avrebbe reso difficile la diffusione di cicli industriali di produzione di massa, da camion a trattori ed auto, ma avrebbe sotteso una vocazione naturale a settori quali biotecnologie e tecnologie informatiche, settori in cui un individuo preparato può operare da solo il controllo del processo produttivo.

Le parole del Presidente di Brembo testimoniano che la Cina di oggi è riuscita ad andare oltre il perimetro che quel pool di esperti aveva identificato e circoscritto. Ho sempre avuto la consapevolezza di non essere il solo a veder in avvicinamento il ‘secolo cinese’, ma non immaginavo che il percorso sarebbe stato reso così rischioso per l’Umanità dalla ‘übris’ di circoli di potere fossili, arroganti e ignoranti, ostili al cambiamento ed oggi alla Transizione che, sola, ci può salvare dalle crisi sistemiche globali in atto.

di Walter Ganapini, membro onorario Comitato scientifico dell’Agenzia Europea dell’Ambiente