Le radici sono per gli alberi, ma anche per gli esseri umani: per sentirsi connessi al territorio in cui vivono, per sentirsi radicati.
1,5 milioni di anni fa comparve sul Pianeta Terra l’Homo erectus. Col tempo divenne cacciatore esperto e nonostante continuasse a essere nomade, cominciò a costruire le prime capanne. Fu il primo a uscire dall’Africa per dirigersi in Europa ed Asia.
E’ con l’Homo sapiens che la stanzialità divenne una grande conquista e con essa iniziò la pratica di costruire i luoghi della socialità, ma anche i luoghi simbolici.
Dapprima l’Homo sapiens si adattò a diversi ambienti naturali, dalle foreste pluviali alle steppe. Da nomade, visse in gruppi, spostandosi seguendo le risorse naturali. Nei territori in cui sostava, da seminomade, costruiva tende con pelli e rami (che poi smontava per rimontarle in insediamenti successivi) o si rifugiava in caverne, utilizzava il fuoco, cacciava grandi animali, pescava nei fiumi e raccoglieva frutta e piante. In sintesi visse in ambienti molto diversi, mostrando capacità di adattamento, innovazione tecnologica e sociale.
Il cambiamento radicale avvenne nel passaggio noto come la rivoluzione agricola del Neolitico (10mila-8mila a.C.). Nell’arco di questi duemila anni l’Homo sapiens inizia a stanziarsi stabilmente ed a vivere di agricoltura. Si crearono così i primi villaggi, ovvero i primi luoghi della socialità, e la possibilità di avere una vera e propria comunità composta da varie famiglie.
È così che gli esseri umani mettono radici, un po’ come gli alberi, per sentirsi connessi al territorio in cui vivono.
Le persone iniziano a modificare il loro habitat
Dapprima le comunità umane sorgevano per necessità vicine a fonti di acqua dolce e ad altre risorse naturali, come territori ricchi di selvaggina, terre fertili per pascoli e per l’allevamento.
Da questo momento in poi gli umani hanno avuto una grande capacità di modificare il loro habitat in vario modo: con gli incendi massivi, con tecniche di caccia particolarmente efficienti, e poi con l’irrigazione, le costruzioni, e in varie epoche storiche con la viabilità, con lo sviluppo dei trasporti in larga scala per far girare i vari beni manifatturieri.
La vicinanza a tutte queste risorse non diventa più necessaria, tanto che l’assenza di queste non è più causa di carestia. Infatti i trasporti, il commercio e le invenzioni tecnologiche rendono mobili le risorse ed il loro trasferimento e reperibilità, a qualsiasi latitudine, a favore della stanzialità dell’umanità.
La tecnologia, inoltre, ha permesso alla specie umana di colonizzare tutti i continenti e di adattarsi a ogni tipo di clima. Negli ultimi decenni, l’uomo ha anche esplorato l’Antartide, i fondali oceanici e lo spazio, anche se l’adattamento a lungo termine a questi ambienti non è ancora possibile.
Le conseguenze legate alla vita in comunità, dal villaggio al castello sino alle metropoli, includono varie forme di espressione culturale e simbolica, organizzativa e di convivenza partecipata, ma anche di inquinamento, discriminazioni e crimine.
I benefici generati dalla vita urbana includono l’aumento dell’alfabetizzazione, della conoscenza e dell’evoluzione sociale in generale. Aumenta la creazione di luoghi simbolici dedicati a varie vocazioni umane, ma anche le aberrazioni e le devianze di gruppi ribelli alle norme condivise dalla comunità stessa.
Ogni azione prevede una conseguenza
Oggi, che l’Homo sapiens è arrivato a percepire e concepire la complessità in cui vive, si rende conto di aver compromesso negativamente l’ambiente naturale al quale appartiene e del quale esso stesso è sottospecie. Tra tutti gli esseri viventi, gli umani sono considerati i maggiori responsabili del cambiamento globale del clima e, con la caccia senza limiti, praticata maggiormente in passato, ha contribuito all’estinzione di alcune specie.
L’abitare in sistemi ecologici stanziali, di fatto, ha le sue comodità ed offre grandi opportunità, ma gli uomini non sono alberi, e i flussi migratori che lungo l’intero arco della storia dell’umanità sono accaduti ed accadranno ci ricordano la natura e l’origine della specie umana. C’è da sperare, inoltre, che il sistema di interconnessione digitale che stiamo generando, in nome della globalizzazione e della complessità, sia ispirato davvero a quello che interconnette attraverso le radici gli alberi di un bosco: una vera rete di comunicazione sotterranea che permette alle piante di scambiarsi nutrienti, informazioni e supporto.
Ricordiamoci che le nostre radici, le radici di noi esseri umani, sono sempre state esposte all’aria, poiché la nostra vita è da sempre legata a molti luoghi.
Abbiamo biosgno di appartenenza
Nella nostra ricerca di un senso di appartenenza, della nostra radicalità, ci sarà sempre un posto di cui sentiremo nostalgicamente la mancanza, rispetto a dove ci troviamo e/o abbiamo deciso di fermarci per sempre o per un po’.
Ciascuno costruirà la propria strategia per sentirsi radicato, e lo farà attraverso dei luoghi simbolici che ci permetteranno di sentirci come se fossimo a casa nostra.
Se ci pensiamo, spesso accade che la trama simbolica dei luoghi, costruita dalle comunità, si amplifica attraverso la presenza di segni, del passaggio del tempo e di persone, caricandola di significati che appagano la nostra ricerca di senso e ci fanno sentire in sintonia con quello spazio, dove riteniamo di poterci fermare. Ogni luogo può rappresentare la nostra interiorità e riflettere i propri desideri e aspirazioni.
Ci sono spazi costruiti per essere luoghi della gratuità, della festa, delle reciprocità. Luoghi per il sacro, e luoghi deputati alla nascita, alla crescita piuttosto che alla morte. Luoghi della civitas e luoghi dell’urbs. E così via.
Inoltre, i luoghi storici ed architettonici sono considerati simboli universali, che comunicano significati profondi, con la capacità di fare memoria delle radici dell’umanità.
Tutti questi luoghi non sono altro che “Beni Comuni” creati per il beneficio dell’umanità e per garantirne la sua evoluzione, sostenibilità e partecipazione attiva alla comunità, perché questi luoghi e questi patrimoni siano tramandati alle generazioni che verranno.
E’ quindi importante recuperare spazi della “radicalità”, spazi di senso, spazi della comunità e per la comunità, in vista di un bene più grande rispetto al profitto per pochi.
Questi spazi ci aiutano a mettere radici ed a fortificare la nostra esistenza come famiglia umana.
di Cinzia Rossi Prof.ssa di Antropologia Organizzativa, Presidente Fondazione Communia, Presidente OsPTI, Vicepresidente UCID Roma, Woman On Board







