La diversità delle lingue, ancora oggi nel tempo della globalizzazione, è un elemento molto visibile, infatti nel mondo si parlano più di settemila idiomi. Questa diversità ha, come conseguenza, solo un diverso modo di comunicare oppure la lingua che parliamo può rappresentare il nostro comportamento o il nostro modo di pensare?
Secondo Noam Chomsky è la funzione del linguaggio che, per la teoria generativo-trasformazionale, ci permette di prendere coscienza della realtà, di dare un nome alle cose, di classificare gli elementi della nostra esperienza, di organizzare, memorizzare e trasmettere il sapere; egli è il sostenitore di una grammatica universale, teoria secondo la quale i principi della grammatica sono comuni e innati per tutti gli individui; è il fondatore della “grammatica generativa”, ovvero l’insieme di regole attraverso le quali è possibile formare un numero infinito di frasi. Ogni individuo possiede un insieme di regole logiche e grammaticali grazie alle quali si verifica l’acquisizione ma anche la produzione del linguaggio.
Linguaggio e vita sociale: il ruolo delle espressioni umane nella comunità
L’antropologia del linguaggio è la scienza che in particolare si occupa di studiarne il ruolo che esso svolge nella vita sociale degli individui e delle comunità. Infatti, con il termine linguaggio ci riferiamo alle molteplici modalità attraverso le quali gli individui fanno esperienza del mondo, definiscono le proprie appartenenze identitarie e tracciano confini. Le forme più abituali sono quelle dei gesti, dei comportamenti, delle arti e anche delle tecnologie (capacità di formulare e trasmettere valori estetici, credenze culturali, sostituire la fatica fisica, e creare uno spazio per gli affari umani).
Sono sistemi complementari che hanno, e che è importante che abbiano (ci si riferisce al recente caso delle nuove tecnologie “macchine parlanti” dell’AI), regole convenzionali, forme riconoscibili, strutture condivise, funzioni relazionali e quindi un enorme valore sociale.
Ogni modalità espressiva rappresenta un’utilità indiscutibile, ma l’atto comunicativo per eccellenza è sicuramente veicolato dal linguaggio che può servirci ad esternare sentimenti e stati d’animo, a persuadere, ad informare, a stabilire contatti, ma anche a creare scopi più elevati di uso come quello letterario o metalinguistico, attivando mondo reale, immaginario ed anche quello virtuale (per il quale la contemporaneità si sta caratterizzando).
La manifestazione della personalità e del proprio essere può avvenire in diversi modi: parlare, raccontare, argomentare, cantare, fare poesia, scrivere leggi, finanche mentire o litigare su WhatsApp all’interno di un vagone della metropolitana, in piena rush hour.
Essendo il “linguaggio” uno degli elementi più importanti della vita relazionale tra gli esseri umani è chiaro che tale canale di comunicazione ha bisogno di essere regolato da norme condivise di carattere democratico per evitare che possa diventare mezzo di discriminazione, di soggezione o di deprivazione.
L’architettura della cultura: segni, contenuti e rappresentazione della realtà
Quando esiste una società esiste anche una cultura e automaticamente esiste anche un insieme di segni condivisi dai membri di quella società, trasmessi attraverso il linguaggio.
Si può affermare che ogni cultura, per potersi fondare e poi per poter essere trasmessa alle generazioni successive, richiede che la comunità abbia un grande numero di segni ed a questi corrispondano dei contenuti simbolici che nel loro insieme sono la rappresentazione della cultura di quella società.
La cultura rappresenta il modo, l’espressione, in cui la comunità di umani da senso alla realtà, attraverso l’uso di segni linguistici che formano le lingue degli uomini: questo è ciò che è stato fatto dalla specie umana per la sua sopravvivenza e per trasmettere il patrimonio delle informazioni alle altre generazioni, ma, c’è un ma, che oggi è capace di alimentare non solo la realtà, ma anche l’immaginario ed il virtuale.
Il linguaggio non è solo parte integrante della cultura, ma un modello per creare e riprodurre l’intera realtà sociale, compresa quella immaginifica ed anche quella virtuale.
Sostanziale, quindi, definire regole convenzionali, forme riconoscibili, strutture condivise, funzioni relazionali, poiché impattano su un enorme valore sociale.
Un sistema, come può esserlo una società e/o una comunità, è un complesso le cui parti cooperano sulla base di informazioni per il raggiungimento di un fine comune, la lingua ne è l’esempio naturale, più chiaro.
Il linguaggio come Bene Comune
E allora, anche il linguaggio va inteso come “Bene Comune”, perché è pratica culturale ma è anche strumento con cui gli esseri umani formulano modelli di condotta sociale.
I Beni Comuni sono beni né pubblici né privati, bensì esprimono imprescindibilità funzionali all’esistenza umana, all’esercizio dei diritti fondamentali:
- per la convivenza sociale;
- per il libero sviluppo della persona.
La lingua si identifica con l’interazione sociale e, dunque, con ogni forma di analisi dell’esperienza; essa è campo e strumento di infinite connessioni, che è l’essenza della condizione umana.
L’essere umano ha la capacità di superare la propria individualità accettando modelli sempre più universali, ma questa sua dimensione sociale presuppone la riconoscibilità dell’altro, quale identità destinataria ed interagente delle infinite connessioni. Tant’è che l’essere umano è immerso in una rete di flussi comunicativi.
Come i “Beni Comuni”, così anche il linguaggio può essere inteso come massima espressione di “bene relazionale”, ed ha bisogno di una precondizione:
la necessaria riconoscibilità dell’altro da sé come interlocutore e condizione essenziale dell’interazione linguistica. Ogni funzione linguistica ne ha bisogno, è la “condizione essenziale occorrente”.
Si può ritenere che il linguaggio nella sua evoluzione derivi da “fonemi della natura”, che l’essere umano uscendo dalla caverna abbia dovuto tenere conto, per consolidarsi ed imporsi giorno dopo giorno, dei fenomeni linguistici di origine animale o naturale: sibili del vento, tuoni, il belare delle pecore, l’abbaiare di un cane, ovvero delle cosiddette onomatopee.
Il punto di vista aristotelico
Anche in queste prime forme di acquisizione di un linguaggio primordiale, c’è la ricerca dell’altro “vivente” e della strutturazione di una relazione con esso.
Il linguaggio è il superpotere della specie per la propria sopravvivenza, che permette la trasmissione di cultura e di organizzazione di generazione in generazione.
Perché dal parlare con il “vivente” altro da noi, siamo passati a parlare con le “macchine”? Stiamo scivolando verso una regressione culturale? L’essere umano sta delegando il suo superpotere ai robot? La nostra specie sta perdendo autostima?
Aristotele definiva l’uomo “l’animale dotato di parola” come atto fondativo. Per millenni questa idea ha attraversato le scienze, la politica e il diritto. Chi parla è umano, chi non parla (ed è dotato dell’uso della parola) — o non parla nel modo giusto — è incivile: il linguaggio rappresenta la soglia dell’umano.
Il marcatore biologico dell’umano
Nel Novecento Noam Chomsky ci fa capire che il linguaggio non è un comportamento appreso per imitazione, ma una dotazione biologica della specie, una grammatica universale cablata nel cervello umano che ci distingue da qualsiasi altra forma di vita con la stessa nettezza con cui le ali distinguono gli uccelli dai rettili: un bambino non impara a parlare nello stesso modo in cui impara ad andare in bicicletta, il linguaggio cresce in lui, come un organo, seguendo un programma genetico che nessun altro animale possiede. Per Chomsky il linguaggio è un marcatore biologico dell’umano.
Togliere il linguaggio dall’esclusiva umana non è come togliere la capacità di calcolare a mente o di ricordare numeri di telefono. È come togliere le fondamenta da sotto un edificio e poi chiedersi perché trema tutto. C’è qualcosa di profondamente anomalo in un’entità che parla senza essere viva.
Le macchine parlanti non sono soggetti, ma non si comportano nemmeno come oggetti. Stanno in una terra di nessuna categoria che i nostri sistemi di senso — giuridici, etici, relazionali — non sono attrezzati per gestire.
Quello che sta davvero accadendo è una rinegoziazione dei confini simbolici fondamentali della nostra cultura? Stiamo svilendo ed abbandonando anche questo “Bene Comune”?
di Cinzia Rossi Prof.ssa di Antropologia Organizzativa, Presidente Fondazione Communia, Presidente OsPTI, Vicepresidente UCID Roma, Women On Board






