Intervista a Fabrizio Piva, AD di CCPB s.r.l.

L’Agenda 2030 ci indica un percorso “sostenibile” da perseguire in tempi rapidi. Cosa sta facendo CCPB?

CCPB non ha certo aspettato gli obiettivi fissati dal’ONU; CCPB ha iniziato ad occuparsi di sostenibilità fin dal 1988 quando iniziò a svolgere controlli e certificazione ben prima dell’emanazione del primo Reg CEE sul biologico nel 1991. Allora si era in pochi a parlare di ambiente, di prodotti salubri, di sostenibilità, di vincoli ambientali ma i risultati tangibili di quanto fatto allora si sono tramutati in risultati ben più apprezzabili di quanto si fa oggi in un periodo in cui tutti parlano di sostenibilità, al punto che rischia di diventare una parola vuota o comunque confusa. Oltre al biologico, CCPB, in qualità di organismo di certificazione, è impegnato nella certificazione di processi sostenibili quali il tessile bio e riciclato, la cosmesi biologica e naturale, la biodiversità, la dichiarazione ambientale di prodotto (EPD), la PEF, l’attestazione LCA (Life Cyc), la produzione integrata e molti altri schemi di prodotto che declinano in obiettivi concreti e misurabili quanto fissato meritoriamente nell’agenda ONU al 2030.

In Italia quali sono ancora le difficoltà che un’azienda trova nello sviluppo responsabile delle proprie attività?

Può sembrare paradossale ma le prime difficoltà sono di tipo normativo. Spesso il nostro paese mette a punto quadri normativi irti di difficoltà e vincoli burocratici che rendono molto difficile raggiungere, anche per i più entusiasti, i risultati proposti e sperati. E’ la famosa burocrazia che tutto ingloba come in un “blob” e fa perdere fluidità ai processi di produzione. Altre difficoltà risiedono nel finanziamento di processi sostenibili, anche in questo caso è necessario approntare linee di investimento che premino chi si impegna nel settore della sostenibilità creando linee di credito “ad hoc” e riducendo anche in questo caso gli oneri burocratici. Un’altra difficoltà è la remunerazione della sostenibilità ovvero chi paga i maggiori oneri: il rischio che a pagare siano gli anelli più deboli della filiera, che spesso sono anche quelli che più contribuiscono a creare filiere più sostenibili.

Comunicare le azioni virtuose: quale è la risposta dei media?

Oggi tutto è sostenibile con il rischio che nulla o poco lo sia. Vi sono, come abbiamo detto prima, molti aspetti e lati della sostenibilità e la massimizzazione di uno di questi non implica che il prodotto o il servizio sia sostenibile essendo questa caratteristica il frutto di varie e differenti azioni. Occorre, quindi, trovare un concetto di sostenibilità che condensi in uno strumento intellegibile i vari fattori di impatto ambientale (a esempio il contenimento delle emissioni, il risparmio energetico, il riodtto consumo di acqua, l’ottenimento di una resa produttiva ccettabile etc). Anche i media, in questo ambito, rischiano di concentrarsi su un aspetto senza considerare l’insieme degli elementi che definiscono un concetto minimo di sostenibilità. Per questo occorre una formazione adegata da parte di chi, nel settore dei media, si avvicina alla sostenibilità e la vuole raccontare. I media devono accuratamente evitare il sensazionalismo e concretamente affrontare gli argomenti, ancor più per le azioni sostenibili.

A cura de la Redazione