L’Urbanistica di Anna Carulli, Presidente Inbar

Fare urbanistica oggi richiede un approccio professionale e culturale diverso, profondamente rinnovato rispetto al passato.
La crisi economica del XXI secolo, il fallimento del modus operandi concentrato sull’individuazione di nuovi territori da antropizzare, sulla zonizzazione e sulle destinazioni d’uso vincolanti, sulla stesura di apparati normativi che, con l’intento di impedire speculazioni ed abusi, di fatto hanno ingessato la flessibilità e la creatività.
Se aggiungiamo la lentezza nella predisposizione e nell’approvazione di varianti urbanistiche e i loro costi, che per molti comuni sono ormai insostenibili, otteniamo un quadro futuribile desolante. I progettisti che si occupano di pianificazione, oggi, sono assimilabili a “contabili” dell’urbanistica piuttosto che strateghi dello sviluppo, della crescita, dell’utilità, della bellezza.
Anche la Valutazione Ambientale Strategica (VAS) – che nasce con intenti positivi, lungimiranti, carichi di valori e viaggia ormai indissolubilmente affiancata alla progettazione urbanistica – si trova ad essere rappresentata e considerata come un aggravio di costi, di documenti, di carta; colma di analisi settoriali (troppo) spesso avulse dagli obiettivi che il piano da valutare dovrebbe o vorrebbe perseguire. Da strumento potenzialmente indispensabile a supporto della definizione delle scelte strategiche future diventa un passaggio pragmaticamente inutile nel concreto del mondo reale.
Mondo reale che oggi richiede velocità. Velocità nell’avere un’idea prima di altri, nell’essere capaci di rispondere (con un intervento o con servizio) ad un’esigenza, nel creare i presupposti affinché l’idea possa essere attuata, possibilmente generandone altre, a cascata. L’urbanistica – per quanto di sua competenza – dovrebbe fornire, in questo senso, le opportunità, la flessibilità, i tempi, stretti e certi, per le risposte.
L’urbanistica non va intesa come disciplina che si concentra sugli aspetti di tutela e gestione dell’attività infrastrutturale e/o edificatoria – come, a ben guardare, non lo era neanche in tempi antecedenti ai suoi sviluppi del XIX e del XX secolo – ma rappresenta una disciplina organica che ne contempla, in sé, molteplici altre. È disciplina sociale, economica, pianificatoria, gestionale, artistica e, non ultima, politica. Ecco, proprio questo termine, se valutato etimologicamente, fornisce una risposta interessante ove è intesa come: “arte di governare le città e per estensione le società”.
Oggi si discute di pianificazione a crescita zero, sostenibile – termine (ab)usato da solo o affiancato al sostantivo “sviluppo” o col prefisso “eco” – di riuso e rigenerazione sebbene ciò avvenga, spesso, intendendo questi concetti più come “slogan” che come contenuti o azioni reali.
La nostra intenzione, per la rubrica di queste pagine, è di affrontare gli argomenti che a vario titolo rientrano nel mondo di una metodologia alternativa di pianificazione urbanistica per descriverne e diffonderne i paradigmi in termini pragmatici e connessi alla bioarchitettura.