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Capitale Naturale – I media italiani e la crisi climatica, di Antonio Barone

Come parlano i nostri media della crisi climatica? Credo che questa sia una domanda cruciale per analizzare il modo in cui si forma la nostra opinione pubblica su questioni fondamentali per il nostro futuro ed il nostro benessere.

Qualche giorno fa Fulco Pratesi, presidente onorario e fondatore del WWF Italia, oltre che papà dell’ambientalismo italiano, ha lanciato una provocazione parlando delle proprie abitudini per risparmiare l’acqua.

Le provocazioni di Pratesi per attirare l’attenzione su una crisi climatica reale

Pratesi lo ha fatto in un periodo in cui la politica e i media, nonostante i numerosi allarmi lanciati da scienziati e ambientalisti, cominciavano ad accorgersi che, la crisi idrica, è un’emergenza in grado di condizionare la nostra economia, la nostra capacità di produrre cibo e la produzione di energia idroelettrica. Una provocazione gemella a quella che aveva lanciato trent’anni prima, sollevando anche allora grande clamore e conquistando l’attenzione del circo mediatico.

Fulco Pratesi

Oggi come allora diversi media hanno dimostrato un deficit di rispetto nei confronti di una delle grandi personalità del nostro Paese che, nonostante i suoi ottantasette anni, continua a mettersi in gioco per bucare la cortina di pressapochismo che circonda parole come clima, biodiversità, natura.

Il fatto che la medesima provocazione, a distanza di trent’anni, abbia ottenuto il medesimo effetto e che la provocazione stessa sia diventata la notizia la dice lunga su quale sia il percorso di maturità fatto dall’informazione italiana molto occupata ad inseguire le (proprie) opinioni piuttosto che le notizie. Di questo ne è testimonianza l’annuale Rapporto Eco Media di Pentapolis.

I media stranieri prendono sul serio il cambiamento climatico

Fuori dal Belpaese le cose cambiano. Trentaquattro anni fa il cambiamento climatico era già in prima pagina sul New York Times. A giugno del’88, il fisico Jim Hansen della NASA Goddard Intitute of Space Studies fece un discorso di fronte al Senato USA: passò alla storia come il primo vero allarme della comunità scientifica sugli effetti e le cause del cambiamento climatico. ⁠E il 24 giugno il cambiamento climatico era già sulla prima pagina del New York Times.

In Italia non siamo riusciti a parlare realmente di clima nemmeno durante la prima (e unica) Conferenza Nazionale sui Cambiamenti Climatici del 2007. Mentre al palazzo della FAO, infatti, si discuteva di cambiamento climatico e dell’adattamento necessario, nell’anno in cui l’IPCC vinceva il Nobel per la Pace, le prime pagine nazionali erano completamente occupate dall’ipotesi di un rischio black out energetico (che poi non ci sarebbe stato).
In questi trent’anni sono successe tante cose. Il clima è salito in cima all’agenda politica europea e internazionale.

Energie fossili fonte di instabilità geopolitica

L’opinione pubblica, soprattutto internazionale, è più consapevole. Le energie fossili si sono dimostrate fonte di instabilità geopolitica (anche in Europa) oltre che responsabili del climate change. Non si contano i rapporti dell’IPCC che si sono succeduti ed è stata coniata anche una nuova parola per definire l’era che viviamo: l’Antropocene.

L’emergenza non è più declinabile in un tempo futuro

Quello che non è cambiato è l’inadeguatezza latente con cui molti nostri media affrontano queste questioni e la loro irrilevanza nel fornire all’opinione pubblica gli strumenti per comprendere quello che sta accadendo.
Sì perché la crisi climatica è un’emergenza che, ormai, va declinata al presente (e non più al futuro). Lo dimostrano il collasso del ghiacciaio della Marmolada, la siccità che dura ormai da mesi e le nostre città che si sono trasformate in forni dal mese di maggio.

di Antonio Barone, Responsabile Comunicazione WWF Italia