Il Centro Studi Up2You ha realizzato un’analisi coinvolgendo 200 aziende della moda Made in Italy, che restituisce la fotografia di un comparto in trasformazione, consapevole delle sfide in corso ma ancora caratterizzato da livelli variegati. La sostenibilità, evidenziano i dati, diventa un elemento strutturale della strategia industriale e commerciale, sempre più richiesto da mercati, investitori e regolatori.
Solo una parte delle imprese ha avviato iniziative strutturate sul fronte climatico e la misurazione degli impatti resta limitata: appena 38 aziende monitorano in modo sistematico la propria impronta di carbonio. Allo stesso tempo, secondo McKinsey & Company con BOF – The State of Fashion 2025, solo il 37% dei dirigenti prevedeva di aumentare in modo significativo gli investimenti in sostenibilità entro il 2025. La direzione è tracciata, ma la transizione non è ancora una priorità condivisa.
La ricerca evidenzia, anche, che il cuore della sfida si colloca dietro le quinte, dove nasce il valore del prodotto: la supply chain. Il 62% delle aziende considerate nello studio coinvolge fornitori e partner in percorsi ESG, ma lo fa spesso in modo non strutturato, con strumenti non omogenei o incompleti.
Chi sa misurare in modo credibile l’impatto lungo tutto il ciclo di vita del capo ottiene accesso a mercati, bandi e capitali; chi non ci riesce rischia di restare fuori. La sostenibilità non è un vincolo esterno, è la nuova chiave di volta della competitività della moda italiana. E si regge sui pilastri della filiera – dichiara Alessandro Broglia, Chief-Sustainability Office & Co-Founder di Up2You.
Moda: il contesto normativo spinge nella stessa direzione
Tra CARD, Green Claims Directive, CSDD Digital Product Passport, l’Europa sta chiedendo indicatori chiari, tracciabilità operativa e responsabilità estesa lungo la catena del valore. La sostenibilità passa così dall’essere un insieme di promesse a un sistema di prove. Per il Made in Italy questo non è un freno, è un’occasione: trasformare la qualità manifatturiera in vantaggio misurabile.
Il confronto con la concorrenza internazionale lo rende ancor più evidente. La ricerca mostra che in diversi Paesi del Sud-Est asiatico, come India, Vietnam e Bangladesh stanno alzando rapidamente gli standard ESG, investendo in tecnologie per la tracciabilità e adottando certificazioni riconosciute come ISO 14001 o SA8000. Questa evoluzione riduce il divario competitivo basato sui costi e rende decisiva la capacità italiana di dimostrare, oltre che dichiarare, le proprie performance lungo la filiera.
Chi guida e chi rincorre: le quattro velocità della moda italiana
La mappa tracciata dallo studio racconta un ecosistema a più velocità:
- 35 aziende integrano già la sostenibilità in modo strutturato: misurano le emissioni lungo la filiera, usano materiali certificati e pubblicano bilanci trasparenti;
- 54 aziende hanno progetti concreti su tracciabilità e materiali responsabili ma ancora da completare in termini di standardizzazione e verificabilità dei dati;
- 74 aziende hanno portato la sostenibilità al centro del marketing ma non sempre riescono a supportare le dichiarazioni con indicatori misurati e certificati;
- 36 aziende includono numerose PMI e realtà artigiane che incarnano l’identità creativa del Made in Italy, ma sono solo all’inizio nella raccolta dati ESG e nei sistemi di governance.
In sintesi possiamo affermare che l’Italia dispone di eccellenze riconosciute e, allo stesso tempo, di una lunga coda che deve accelerare soprattutto su misurazione e trasparenza.





