Esiste una distanza profonda tra ciò che i consumatori dichiarano di desiderare e ciò che effettivamente acquistano quando si parla di abbigliamento. È quanto emerge dall’indagine transnazionale condotta da Legambiente nell’ambito del progetto VERDEinMED, che ha analizzato le abitudini di centinaia di cittadini in Italia, Grecia e Spagna.
Nonostante una crescente sensibilità ambientale, lo studio evidenzia un netto “Value-Action Gap”: il 42,4% degli intervistati ammette di prestare scarsa attenzione alla sostenibilità al momento dell’acquisto. Le cause principali di questa discrepanza non risiedono nel disinteresse, ma in ostacoli strutturali:
- mancanza di trasparenza: il 34,6% ritiene le etichette incomplete;
- pressioni del fast fashion: un modello che incentiva il consumo eccessivo e opaco con buona pace della moda sostenibile;
- scarsa conoscenza della filiera: il 25,4% ignora la provenienza dei propri capi e il 41,1% non sa come smaltire correttamente i rifiuti tessili.
Il dato è particolarmente rilevante tra i più giovani: sebbene il 69% del campione totale legga le etichette, la percentuale crolla drasticamente tra i minori di 18 anni, che pure rappresentano la metà degli intervistati.
L’impatto del tessile e della moda è una sfida globale – dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – che passa da una normativa efficace, basata su ecodesign e prevenzione, ma anche una sfida locale che vede aziende e consumatori attori importanti della filiera: le prime perché innovazione, sviluppo, efficientamento dei processi e decarbonizzazione sono ormai asset su cui non si può più derogare, i secondi perché con le loro scelte e la loro attenzione alla sostenibilità possono spostare l’ago della bilancia nella giusta direzione influenzando positivamente tutta la filiera. Siamo ancora indietro su questo punto, ma nel complesso la governance nel settore risulta ancora molto frammentata, mancando una regia univoca a livello nazionale – continua Zampetti – Possiamo parlare di filiere strategiche, di normativa, di investimenti e impiantistica per l’economia circolare ma se non c’è il coinvolgimento dei cittadini e una visione di insieme, mancherà sempre un anello per chiudere il cerchio e per rendere l’intera filiera sostenibile.
Moda sostenibile: l’impatto ambientale del tessile in Europa
I numeri del settore delineano un’emergenza non più rimandabile. Nell’Unione Europea, l’industria tessile è la terza causa di consumo di acqua e suolo. Ogni anno, un cittadino europeo consuma in media 9 m³ di acqua e 391 kg di materie prime solo per l’abbigliamento, generando circa 12 kg di rifiuti tessili. Ancora più allarmante il fatto che ogni anno nell’UE vengono scartati 5 milioni di tonnellate di tessuti e abbigliamento – circa 12 kg a persona – e solo l’1% di questi viene riciclato in nuovi prodotti.
Passaporto digitale e responsabilità dei produttori
Per colmare il divario tra intenzione e azione, il progetto punta su strumenti normativi e tecnologici chiave:
- Digital Product Passport (DPP): un’identità digitale del capo che fornirà dati certi su tracciabilità, impatto ambientale e gestione del fine vita, contrastando il greenwashing.
- Responsabilità Estesa del Produttore (EPR): l’obbligo per le aziende di farsi carico dell’intero ciclo di vita del prodotto, inclusi i costi di smaltimento.
Il modello Umbria e la chiusura di VERDEinMED
In Italia il progetto ha trovato il suo cuore operativo nei Living Lab dell’Umbria, dove Legambiente e Confindustria hanno fatto dialogare aziende, studenti e cittadini per co-progettare una filiera circolare. I risultati finali di VERDEinMED, co-finanziato dal programma Interreg Euro-MED con 3 milioni di euro, sono stati presentati a Perugia durante la conferenza internazionale conclusiva.
La sfida del prossimo decennio sarà trasformare il consumatore da spettatore a protagonista consapevole, supportato da una filiera che non nasconda più i propri costi ambientali dietro l’etichetta del prezzo.






