La sostenibilità prende forma nei luoghi in cui le imprese vivono e producono: nei distretti, nelle filiere, nelle città e nelle relazioni con lavoratori, fornitori e comunità. È qui che smette di essere una sigla o un insieme di adempimenti e diventa cultura d’impresa, capacità di leggere i cambiamenti e qualità delle decisioni.
E la semplificazione normativa può ridurre il perimetro degli obblighi, ma non cancella le ragioni economiche, ambientali e sociali di questo impegno.
È uno dei risultati emersi da TOP.ESG Consulenti 2026, la prima analisi italiana sul mercato italiano della consulenza sui tema della sostenibilità promossa da ET.Group e nata da un’intuizione felice del suo fondatore, Luca Testoni e il suo team, impegnati fin dalla prima ora su questi temi.
Letti dal punto di vista delle imprese, i dati ci dicono che dopo il pacchetto Omnibus la sostenibilità non scompare: cambia la domanda che le viene rivolta. Deve dimostrare di saper generare valore, accompagnare le decisioni e parlare con maggiore chiarezza alla vita reale delle organizzazioni e dei territori.
TOP ESG Lab: i dati
La ricerca ha mappato 423 società, 101 delle quali presenti nella guida, e ha indagato tredici aree. I campioni variano a seconda delle domande e non rappresentano statisticamente l’intero mercato, ma offrono segnali significativi. L’87% dei rispondenti rileva qualche forma di cambiamento nell’atteggiamento dei clienti. Per il 32% il cambiamento è generalizzato, per il 37% riguarda alcuni clienti e per il 18% alcuni servizi. Solo il 13% non osserva variazioni.
La ricerca è inserita nel contesto del TOP ESG Lab Community, un network che fa rete tra professionisti e consulenti che si occupano di questi temi, presentato insieme ai dati nelle scorse settimane (a cui ha aderito fin dal principio anche chi scrivecon valuecommunications, tra i panelist dell’incontro di avvio e per il secondo anno segnalata nella Guida Top ESG Consulenti).
È una community aperta, a cui si può partecipare per condividere esperienze, sperimentare strumenti e portare a terra visioni innovative sulla sostenibilità. Uno spazio di confronto che può aiutare chi affianca le imprese a formulare proposte più stimolanti per le organizzazioni e più adeguate alla complessità di questo momento e per un commitment sempre meno legato alla pressione dell’adempimento e sempre più capace di integrare la sostenibilità nelle strategie, nelle responsabilità e nelle decisioni quotidiane.
Siamo di fronte a un passaggio di maturità
Il 42% dichiara di lavorare con gli stessi clienti su un numero inferiore di servizi, mentre il 31% registra un ampliamento delle attività; la perdita netta di clienti riguarda il 9%. Budget e priorità si ridistribuiscono, ma resta aperta una domanda molto concreta: perché un’impresa dovrebbe continuare a investire in sostenibilità quando l’obbligo normativo si allenta? La risposta non può più essere affidata soltanto alla compliance.
Del resto la sostenibilità acquista senso quando entra nella qualità delle decisioni: nella tenuta delle filiere, nell’accesso al credito, nella capacità di anticipare i rischi climatici e sociali, nell’innovazione, nella gestione delle risorse e nella continuità commerciale. È qui che le sigle ESG smettono di essere un linguaggio per addetti ai lavori e diventano parte del modo in cui un’impresa immagina il proprio futuro.
Questo vale soprattutto per le PMI e le microimprese, che rappresentano il tessuto vivo dei nostri territori e sono presenti nel portafoglio dell’86% degli operatori coinvolti nella ricerca. Un’impresa può uscire dal perimetro di un obbligo diretto, ma non dalle richieste di una banca, di un grande committente o di una filiera; e neppure dalle aspettative delle persone che lavorano al suo interno o della comunità che la ospita. In una città o in un piccolo distretto industriale, la sostenibilità assume una forma molto concreta: consumo di suolo e di energia, mobilità, qualità dell’aria, sicurezza, occupazione, relazioni con fornitori e cittadini.
La cultura della sostenibilità
Per questo non servono modelli sovradimensionati né nuovi strati di burocrazia. Servono strumenti proporzionati, dati leggibili e una capacità di collegare ogni indicatore alle scelte quotidiane. La ricerca mostra che rendicontazione e reporting sono proposti dall’88% delle società, la strategia dall’81%, la governance ESG dal 76%, il supporto ai rating dal 74% e lo stakeholder engagement dal 73%. È una dotazione importante, ma il vero banco di prova è portare questi strumenti fuori dal documento e dentro l’organizzazione.
Far crescere la cultura della sostenibilità significa infatti consentire alle persone di capire perché si cambia un processo, si misura un impatto o si sceglie un fornitore. Significa offrire al management elementi utili per decidere e ai lavoratori la possibilità di riconoscersi nella trasformazione. Significa anche ascoltare il territorio, perché gli impatti di un’impresa non si fermano ai suoi confini: attraversano quartieri, servizi, infrastrutture, famiglie e comunità.
La comunicazione assume un ruolo non è accessorio
Non arriva alla fine per rendere più gradevole un risultato già confezionato, ma accompagna il processo: pone domande, organizza l’ascolto, seleziona le informazioni rilevanti e le traduce per pubblici differenti. La ricerca indica che il 62% degli operatori ha sviluppato un processo di prioritizzazione dei risultati della consulenza. Tra i 72 che lo hanno fatto, però, solo il 33% considera una narrativa differenziata per gli stakeholder, il 30% per il mercato commerciale, il 23% per il top management e il 14% per la finanza. È il segno che molta strada resta da percorrere per trasformare i dati in conoscenza condivisa.
Il rischio di enfatizzare risultati fragili è ormai più riconosciuto: il 79% del campione dichiara di monitorare il greenwashing dei clienti. Meno maturo è il presidio del silenzio: il 35% non monitora il greenhushing e solo il 21% afferma di averlo rilevato e di avere predisposto modalità di intervento. Eppure tacere per paura di esporsi non è sempre più responsabile che eccedere nei claim. Può rendere invisibili pratiche utili, privare altre imprese di esempi replicabili e impoverire il dialogo con le comunità.
La soluzione non è comunicare di più, ma comunicare meglio: ciò che è verificabile, rilevante e coerente con le scelte dell’organizzazione e di impatto per gli stakeholder.
La sostenibilità non ha bisogno di imprese perfette, ma di imprese capaci di assumersi impegni, misurare i progressi e rendere conto con parole comprensibili. La cultura della sostenibilità cresce quando smette allora di essere confinata nei bilanci, diventa conversazione pubblica nei territori, nelle associazioni, nelle scuole, nei media e riesce a far comprendere perché determinate scelte generano valore per la comunità di cui l’impresa è parte.
di Caterina Banella, Valuecommunications, Consulente in comunicazione della sostenibilità e media relations






