Piccola e brutta è la frutta che piace. Il cambiamento climatico sulle nostre tavole

C’è poco da fare: il cambiamento climatico non è più solo materia di studio da parte degli scienziati, ma è divenuto visibile anche sulle nostre tavole. Eventi estremi, grandinate, ondate di calore hanno messo in crisi intere filiere produttive, come, ad esempio, quello delle pere in Emilia-Romagna, colpita quest’anno da circa 2.000 eventi meteo.

Tutto ciò non solo diminuisce la drasticamente la quantità dei raccolti, ma anche la qualità, cambiandone l’aspetto esteriore: frutta e verdura più brutta, ma ugualmente buona per essere mangiata. Ai danni climatici si aggiungono però anche quelli creati dalle regolamentazioni commerciali troppo rigide, che impongono degli stop alla frutta che non risponda a determinati requisiti.

Su questo tema ha avuto luogo l’audizione informale in Commissione Agricoltura della Camera, con cui si è avviata la discussione delle risoluzioni, presentate da Susanna Cenni (PD) e Susanna Ciaburro (FdI), concernenti gli interventi per contrastare lo spreco alimentare, con specifico riguardo alla filiera ortofrutticola.

In particolare, viene richiesto al Governo di impegnarsi a trovare una soluzione al tema dello spreco nei campi, permettendo la commercializzazione di frutta e verdura buoni ma di calibro non aderente agli standard o con imperfezioni estetiche, a partire dal mercato del biologico, che per sua natura è più esposto a essere “diverso” rispetto ai prodotti standardizzati, tipici di un approccio industriale all’agricoltura.

All’audizione hanno partecipato, tra gli altri, Fausto Jori, amministratore delegato di NaturaSì, Maria Grazia Mammuccini, presidente di FederBio e Fabio Ciconte, di Terra! Onlus. “Abbiamo lanciato già lo scorso anno, assieme a Legambiente, il progetto CosìperNatura, che punta a recuperare prodotti – spiega Fausto Jori, di NaturaSì – con una forma insolita, ma sempre sani e buoni. Lo abbiamo fatto soprattutto per offrire un prodotto biologico a prezzi ridotti, per non sprecare alimenti sani che hanno richiesto energia e lavoro nella produzione, per offrire un vantaggio economico agli agricoltori, che da questa situazione subiscono una perdita importante”.

Anche la presidente di FederBio, Maria Grazia Mammuccini, è d’accordo: “Oggi il settore ortofrutticolo richiede interventi strategici, come la riduzione dello spreco nei campi”. La possibilità di commercializzare prodotti meno perfetti ma buoni potrebbe sembrare marginale, ma è, invece, sottolinea la FederBio, un impegno immediato e concreto, che va nella direzione della Strategia europea Farm to Fork, che individua nella riduzione dello spreco alimentare uno dei cardini della sostenibilità.

“Solo il 57% della produzione agrumicola – sottolinea Fabio Ciconte, di Terra! Onlus – finisce direttamente sullo scaffale, il resto va alla trasformazione. Ma in questo caso gli agricoltori vendono a un decimo del prezzo del prodotto commercializzato direttamente”.

I cambiamenti climatici e la necessità di ridurre gli sprechi impongono la necessità di cambiare le regole europee anche in campo alimentare, sul calibro e la “bellezza” dei prodotti ortofrutticoli così come, auspichiamo per un prossimo futuro, sul tema del benessere animale.

di Elena Sofia Midena