CAPITALE NATURALE: “Ricostruire le città partendo dalla natura”, di Antonio Barone, Responsabile Comunicazione WWF Italia

La fine della clausura forzata imposta dalla pandemia che ha sconvolto le nostre vite ci ha messo, di nuovo, in contatto con le nostre città. Finito il lockdown, alcuni con una certa timidezza, altri con la foga propria di chi dentro le quattro mura domestiche non riusciva a respirare, siamo tornati a girare per le vie delle nostre città. E le abbiamo trovate un po’ più verdi di come le avevamo lasciate. Un po’ più selvatiche di come le ricordavamo. Con un traffico meno invadente rispetto a quello che mette a dura prova il nostro sistema nervoso e con l’aria molto più pulita di quella a cui eravamo abituati. Semplicemente, le abbiamo trovate più vivibili.
Sulla natura ritornata in città è stato scritto tanto e, quindi, non tornerò qui sui pesci nella Laguna di Venezia, sui delfini che si sono infilati nei porti da Cagliari, a Trieste e fino a Reggio Calabria. Voglio invece concentrarmi in questo primo appuntamento di questa rubrica su qualcosa di difficilmente misurabile: sul rapporto che si crea tra noi e la città in cui viviamo. Un rapporto che oggi è inevitabilmente cambiato e non necessariamente in peggio. Certo, la crisi sanitaria continua a preoccupare e quella economica rischia di fare ancora più danni. Ci siamo disabituati alle nostre libertà e anche solo mangiare un gelato, a volte, diventa un gesto di sfida, una trasgressione. Tutto questo è tanto vero quanto pesante da tollerare. Ma tutto quello che ci circonda, dagli alberi al cinguettio degli uccelli, fino a delle città più a misura d’uomo sembra essere migliorato. Tutto sembra essere più verde, più bello e più vivo di come ce ne ricordavamo.
Allora forse dovremmo riflettere con attenzione sul fatto che le nostre città oggi non sono progettate a misura di cittadino. Non sono concepite per il benessere di chi ci lavora, studia, gioca. In un solo concetto: di chi ci vive. E questo è un limite gravissimo visto che secondo il rapporto dell’ONU World Urbanization Prospects del 2018 il 55% della popolazione mondiale oggi vive nelle città e nel 2050 questa percentuale salirà al 68%. Due terzi della popolazione europea (500 milioni di persone) oggi vive nelle città e nel nostro Paese (i dati sono dell’ISTAT) i comuni con un’alta urbanizzazione occupano meno del 5% del territorio ma accolgono più del 33% della popolazione.
La concentrazione della popolazione nelle aree urbane diventa un vero e proprio moltiplicatore dei fattori di rischio legati all’inquinamento, cambiamento climatico e, ora al rischio di contagio COVID che, come abbiamo visto, si è diffuso a partire da Wuhan, una metropoli formicaio di oltre 12 milioni di abitanti.
Tutte queste ragioni, oltre al senso di benessere che ci danno le città “nuove” che abbiamo scoperto dopo il lockdown, devono essere uno stimolo a far sì che le nostre città diventino un posto sano, sicuro e bello dove vivere. Del tema si è occupato un report del WWF Italia, Città che osano la selvaticità, dove, tra l’altro, si raccontano le esperienze di tutte le città che stanno ricostruendo i propri modelli di vita, sviluppo e socialità a partire dalla Natura.
Un percorso che anche noi, in Italia, dovremmo perseguire con decisione, visto che le nostre città già sono le più belle del mondo ma, con un po’ di buona volontà, possono certamente diventare quelle dove si vive meglio.

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