L’Italia è il primo produttore di riso in Europa. Ma oltre il 60% della pianta è materiale di scarto. Bruciato, spesso. Sprecato, quasi sempre. Ma c’è chi ha deciso di trasformarlo in una risorsa per l’edilizia circolare. RiceHouse, impresa nata ai piedi delle Alpi biellesi, ha costruito un modello che porta questi materiali dall’agricoltura alle case, riducendo consumi ed emissioni.
Fondata dall’architetta Tiziana Monterisi e dal geologo Alessio Colombo, RiceHouse incarna un’idea semplice: costruire edifici più efficienti e circolari partendo dalla lolla (la pellicina del chicco) e dalla paglia di riso. Un’idea inizialmente utopica ma che è diventata pratica e che oggi alimenta cantieri da Chamois a Moneglia, passando per progetti sociali a Milano e installazioni alla Biennale di Architettura di Venezia, con i loro derivati dagli scarti del riso scelti per i padiglioni internazionali di Regno Unito e Uzbekistan
La mela, il riso e l’arte che ispira la materia
La storia comincia con un gesto artistico. Monterisi, trasferitasi a Biella da Lecco, entra in contatto con la Fondazione di Michelangelo Pistoletto, che da anni lavora sul concetto di “Terzo Paradiso”: un punto d’equilibrio tra natura e tecnologia.
Tu crei segni, io costruisco case. Come trovo equilibrio? – chiede Monterisi.
La risposta prende forma in una gigantesca mela di quasi 10 metri, realizzata per Expo 2015, oggi installata davanti alla Stazione Centrale di Milano. È ricoperta di un intonaco naturale a base di calce e lolla di riso. Da installazione simbolica a prototipo funzionale: è il primo mattoncino di RiceHouse.
Dove il riso è casa (e non solo in tavola)
Monterisi ha poi convinto agricoltori inizialmente titubanti a non vedere più la paglia come un problema, ma come una risorsa. Oggi, grazie a una filiera corta che coinvolge una dozzina di produttori, RiceHouse propone materiali da costruzione con oltre il 50% di contenuto organico: pannelli, finiture, isolanti, intonaci, massetti.
Il tutto con un vantaggio misurabile: nessun impianto di riscaldamento né raffrescamento. Le case realizzate sono dotate di una “terza pelle” abitativa che regola temperatura e umidità grazie a paglia e intonaci naturali. A meno 20 gradi in Valle d’Aosta, non serve accendere nulla. A Milano, nei progetti di rigenerazione urbana, si lavora senza demolire, riqualificando il già costruito.
Dalla montagna al mondo: la sostenibilità che scala
La sede di RiceHouse è essa stessa manifesto: incastonata nella vegetazione, senza cemento, recuperando un edificio del 1909, è un laboratorio vivente di quello che può diventare l’edilizia del futuro. O, meglio, del presente.
Non solo case: i materiali dell’azienda vengono oggi utilizzati anche per stampa 3D, design circolare (come i manici delle pentole Sanmiro), e per installazioni artistiche. RiceHouse è stata anche scelta dai Padiglioni del Regno Unito e dell’Uzbekistan alla Biennale Architettura 2025 per mostrare come la natura possa generare innovazione concreta, non solo ispirazione.
L’utopia che si costruisce un pezzo alla volta
L’azienda è oggi una Società Benefit: modello che lega obiettivi di business e impatto positivo. Ma, prima ancora, è un modello culturale.
Costruire con ciò che già c’è, senza occupare nuovo suolo, rispettando la salute di chi vive e di chi lavora – sintetizza Monterisi.
Realizzare in altre parole edifici più sostenibili ma anche un nuovo modo di pensare l’abitare e il collaborare tra comunità, integrando natura, industria e architettura in un’unica logica di filiera.
Il chicco viene ancora prima della mela, in fondo. Ma entrambi raccontano una stessa verità: che le cose più rivoluzionarie sono spesso quelle più semplici.
di Caterina Banella, Valuecommunications, Consulente in comunicazione della sostenibilità e media relations





