I nostri istinti distruttivi stanno prevalendo sul desiderio di sopravvivenza della specie. Considerare l’esistenza della famiglia umana, su questo pianeta, come un “Bene Comune” primario, ci aiuterebbe a superare tutte le tentazioni di “ridurre il prossimo a motivazione delle nostre avversità”.
Ci aiuterebbe a creare le condizioni per non lasciarci predominare da pulsioni contrarie al sentimento di amore universale, amore verso il prossimo, verso la natura e quindi verso noi stessi, o meglio verso l’esistenza in ogni sua espressione; ci aiuterebbe a non canalizzare le nostre energie vitali verso guerre, razzismo, pedofilie, omicidi, corruzione, femminicidi, angherie, conflitti, abusi, sciacallaggi, vilipendi, e tutte le varie forme di violenza, aggressione, violazione e sottomissione di libertà altrui che la nostra specie ha escogitato lungo il corso della sua storia.
Ci aiuterebbe anche a riconoscere queste “pulsioni avverse” come contronatura e portatrici di disastri irreversibili, ovvero di involuzione delle nostre capacità sensoriali e percettive, di declino delle nostre funzioni cognitive, di blocco dello sviluppo culturale, di imbarbarimento della convivenza umana, di perdita di socievolezza e di socialità, e quindi verso l’inevitabile rischio di estinzione della specie.
Contronatura, nel senso contro la nostra esistenza di specie. Contro la nostra stessa naturale dote (qualità positiva avuta in dono dalla natura) di sopravvivere in quanto “esseri sociali” capaci di creare processi culturali (organizzazione sociale di idee ed azioni in varietà di tradizioni, rituali, linguaggi, regole comportamentali e morali che sono alla base della nostra attuale convivenza) che ci permettono di evolvere in termini di benessere. Contro l’importante caratterizzazione neuroplastica specifica, che ci è propria come genere umano, di riconciliare la finitezza della nostra ragione con quel giacimento sconfinato ed inesauribile, di nome “natura”.
La sopravvivenza della specie umana è a rischio?
Stiamo oscillando tra principi esistenziali opposti ed antitetici, razzismo e diritti umani universali, darwinismo sociale e dovere di mutuo soccorso, sistema di caste ed egalitarismo, capitalismo ed economia circolare, globale e locale, antropocentrismo e sostenibilità ambientale, piramidismo e fluidismo, senza però interrogarci sull’origine e sul senso delle nostre capacità espressive, ma soprattutto volitive. Così il pendolo potrà essere sospinto da circostanze avverse o propizie alla sopravvivenza della specie umana, ma soprattutto dall’aberrazione o dalla giustezza dell’animo umano.
Attualmente il pendolo sociale sta oscillando verso direzioni molto pericolose e dannose, verso calamità e smottamenti sia sociali che ambientali, di cui siamo artefici ed autori, verso desideri di dominio e di potere spropositate per le capacità di controllo ed autodifesa dell’attuale nostra specie.
E come è possibile che le stravolgenti rivoluzioni nei costumi e nelle leggi, gli sconvolgenti esiti di oscillazioni che hanno portato al massacro di intere popolazioni ed habitat, accadute nel lungo corso della storia dell’umanità – e le profonde riflessioni filosofiche e politiche che le hanno accompagnate – nulla abbiano potuto per sradicare l’umana tentazione di devianza da un amore per la famiglia umana da affiancare con grande rispetto all’intero ordine naturale? Questa sferzante denuncia culturale, trova un principio biologico che fa da contraltare.
Tornare ad amare per continuare a vivere
Rita Levi Montalcini ci ricordava la moderna l’incapacità di controllo da parte dell’uomo, delle proprie abilità innovative. La creazione di potenti armi distruttive non è supportata da un altrettanto necessario controllo emotivo (pulsioni avverse). L’evoluzione culturale ci ha fatto sviluppare capacità costruttive e distruttive, ma la componente emotiva del nostro sistema limbico, non si è sviluppata parallelamente e non è controllata da un sistema cognitivo sufficientemente “educato” ad un equilibrato rapporto tra i due (portata culturale e sistema limbico). Il sistema limbico è una regione chiave del nostro cervello che gestisce le emozioni, il comportamento e la memoria, ovvero l’interpretazione dell’adeguatezza delle risposte emotive in reazione agli stimoli eterni, alla loro formazione, archiviazione, conservazione e recupero sotto forma di memoria (in significative o da evitare se pericolose).
Dobbiamo principalmente desiderare l’educazione e la formazione delle nostre possibilità di controllo sulle parti emotive e creative umane. Fondamentale tornare ad amare la famiglia umana per la sopravvivenza della specie, desiderando un’evoluzione positiva della specie, è importante quanto urgente, viste le attuali incontrollabili spinte di dominio e potere verso l’altro da sé, di ondate belliche tra popoli con armi sempre più potenti. Lorraine Daston, ci indica che il rischio di essere travolti da emozioni sociali fuori controllo (pulsioni avverse), è una probabile conseguenza del sovvertimento di tre ordini culturali della tradizione occidentale che fanno da assi portanti della nostra civiltà: la natura della specie, la natura dei luoghi, le leggi universali della natura.
La famiglia umana è un prezioso “bene comune
Considerare la famiglia umana come un “Bene Comune” primario, ci aiuterebbe a superare tutte le tentazioni di “pensare l’altro come nostro nemico, come nostro avversario, come nostro concorrente, come nostra minaccia”, liberandoci da spinte di aggressività, ci educherebbe a riconoscere le nostre fragilità emotive ed i sentimenti quali l’odio, l’antipatia, il rifiuto, il razzismo e via discorrendo, sviluppando, parallelamente in noi, la conoscenza della straordinaria interdipendenza tra tutti gli esseri umani, e tra questi ed il resto del creato.
L’altro da sé e l’altro da noi è un’opportunità che aiuta a superare i nostri limiti e quelli di una civiltà che affronta prontamente i cambiamenti della storia, ci aiuta ad esprimere l’esercizio dei doveri di solidarietà sociale e dei diritti fondamentali senza sovvertire ordini culturali, nonché aiuta il libero sviluppo di ogni persona affinché trovi sempre la condizione di partecipare “dando il suo meglio” per l’evoluzione della specie.
In senso allargato la famiglia umana – e la sua sorte – è un prezioso “bene comune”, la cui sensibile percezione, aiuta in modo positivo e non distruttivo alla crescita emotiva, cognitiva, volitiva, creativa e innovativa degli esseri sociali quali siamo, aiutandoci in questo incessante bisogno di cercare, nella natura, la legittimazione delle nostre regole di convivenza (esperienza cognitiva), ed aiutando la crescita del nostro coinvolgimento emotivo senza violare l’ordine morale che ci contraddistingue (sistema limbico) e ci fa evolvere aumentando il desiderio d’amore verso l’intero creato.
di Cinzia Rossi, docente Corso di “Antropologia Organizzativa”, Tesoriera di Fondazione Communia, Consigliera UCID Roma, Referente Commissione Formazione Etica a supporto della DSC





