Urban Experience con Paesaggi Umani batte la pista di una Roma Plurale, stratificata, multidimensionale, multiculturale, inclusiva (nonostante tutto). È in cammino, come una smart community errante, in un’esplorazione continua e senziente che è arrivata a Tor Tre Teste.
Si va con il libro “Elogio del Tre” di Vincenzo Luciani, un personaggio emblematico: incarna il genius loci del Parco di Tor Tre Teste in un’evoluzione urbana sviluppata negli ultimi decenni con un straordinario impulso dal basso.
Tre sono le Teste che appaiono nel bassorilievo scolpito su un sarcofago (un’opera funebre romana ritrovata in quella zona poi definita Tor Tre Teste); tre sono i quartieri che condividono il Parco: Tor Tre Teste, Alessandrino e Quarticciolo; tre sono le vele della chiesa dedicata a Dio Padre Misericordioso, realizzata dall’architetto Meier in occasione del Giubileo del 2000.
Paesaggi Umani: l’itinerario
Si è attraversato l’impianto di atletica e rugby “Antonio Nori” ragionando su come le attività sportive abbiamo mantenuto saldo il rapporto con quel territorio, battendo i sentieri con gli allenamenti podistici, facendolo diventare di fatto, nel tempo, un Parco Urbano. Si sale lungo un sentiero per arrivare al punto più alto del Parco prendendo atto di come quella sterrata sia quasi impraticabile per i podisti.
Da lì si coglie l’estensione dell’Acquedotto Alessandrino che sulla sommità si interra: siamo nel tratto della “mai nata passeggiata alessandrina” emblema di una promessa non mantenuta, come anche il mancato recupero dell’antica Cisterna romana. Da lì si arriva alla “distrutta” piazza dell’Acquedotto Alessandrino che appare come il fantasma di una delle “Centopiazze” rutelliane, inizialmente qualificanti (con una fontana mirabile ma ormai inceppata) e ora desolanti.
Procedendo attraversiamo altro abbandono con aree sommerse dall’immondizia e infine il teatro del Parco di Tor Tre Teste, troppo sottoutilizzato per via di un’impiantistica inadeguata. Il walkabout rileva quindi criticità ma al contempo rilancia l’opportunità di uno sguardo partecipato messo in gioco da comunità territoriali che non aspettano altro che di essere ascoltate per contribuire alla valorizzazione di un Bene Comune.
Direzione Cava Fabretti
Il mattino dopo si va in Cava Fabretti, uno dei luoghi più selvatici di Roma: vi sono stati fatti talmente tanti di walkabout in quel contesto che sembra retorico ripetere le stesse impressioni…ma non è così. Qui si torna a riflettere sull’essenza del walkabout che è il contrario di una visita guidata dato che si basa su un’esplorazione psicogeografica (ispirata dai Situazionisti ma scaturita da una sensibilità archetipica, ed è per questo che s’usa un termine proprio della cultura aborigena). In più il walkabout è una conversazione radiofonica, tant’è che Urban Experience lo definisce anche la “radio che cammina”.
Si tratta di qualcosa che è il grado zero del site specific, a monte di qualsiasi processo performativo da allestire in contesti diversi, sarebbe significativo considerare quando Urban Experience ha lanciato progetti come “Lo Spettacolo della Città” rivelando come i luoghi non siano solo contenitori ma contenuti (e forme). Una linea di ricerca che ha avuto un suo start nel 1988 a Narni con “Scenari dell’Immateriale”.
A proposito di Cava Fabretti, ci sono degli squarci di realtà fenomenali: come quelle radici di eucalipto che sfondano una grotta (un tunnel di scavo della pozzolana) rimanendo sospese nell’aria. Per il progetto Paesaggi Umani è stato importante tornare per registrare con Giorgio Fabretti (discendente del Monsignor Raffaele Fabretti, Principe delle Romane Antichità che nel Seicento fondò l’Arcadia) alcuni altri geopodcast e quindi predisporre una mappatura ancora più accurata della Cava Fabretti nel geoblog.





