Nel Sud che lotta con la siccità e con le ferite lasciate dalla Xylella c’è una pianta capace di restituire futuro dove oggi vediamo solo abbandono. E’ il fico d’India e non è una soluzione esotica ma una risposta concreta a più domande insieme: come produrre energia rinnovabile senza sottrarre terreni alle colture alimentari, come dare una seconda vita a suoli marginali e come creare lavoro locale in filiere corte e stabili.
Wakonda, realtà con base a Roma e radici operative nel Salento, ha scommesso su questa pianta resistente trasformandola nel cuore di una bioraffineria diffusa. L’idea è semplice e insieme ambiziosa: coltivare Opuntia su terreni degradati, valorizzarne ogni parte e far circolare il valore sul territorio. Le pale diventano biomassa per produrre energia, il frutto fornisce ingredienti per alimenti e nutraceutica, gli scarti alimentano il digestore che genera biogas o biometano, e ciò che resta torna ai campi come fertilizzante naturale. É un ciclo che ricuce relazioni economiche e ambientali senza sprechi e senza competere con altre filiere agricole.
Questa impostazione si regge su un principio pratico: avvicinare produzione e consumo, riducendo trasporti, costi e dipendenze. L’energia può essere immessa in rete o utilizzata in loco per alimentare i processi – spiega Andrea Ortenzi, fondatore di Wakonda – Il calore recuperato abbassa i costi operativi e abilita usi utili alle comunità, dalle piccole lavorazioni alle serre. E soprattutto l’opuntia richiede molta meno acqua rispetto a colture tradizionali, tema che tocca da vicino città e campagne quando le estati diventano più lunghe e le risorse idriche più scarse.
Le mille vite del fico d’india
Nel Salento il progetto ha preso forma con un impianto dedicato all’Opuntia, affiancato da prove agronomiche su ex uliveti e da accordi con partner industriali. Tra queste anche piccole realtà italiane ad alta capacità di innovazione come è il caso della romana Omit-Officine Meccaniche Italiane. L’azienda metterà infatti a disposizione un esclusivo sistema di trasformazione per l’arricchimento proteico del fico d’india lavorato per realizzarne mangimi di maggiore qualità nutrizionale e a ridotto consumo di acqua.
La parte interessante, però, è il modello organizzativo. Wakonda non immagina una grande cattedrale isolata ma una rete: agricoltori che mettono a dimora la coltura su terreni oggi improduttivi, contratti di ritiro pluriennali che danno stabilità, know-how e attrezzature condivise per abbassare la soglia d’ingresso. Così il terreno resta alle persone che lo curano, la filiera cresce per accordi e non per espropriazione, e l’indotto si distribuisce.
Per una città che guarda alla transizione, questo linguaggio è familiare. Parliamo di gestione dell’acqua, di tutela del suolo, di energia pulita a chilometro utile e di filiere corte che accorciano la logistica. Parliamo anche di paesaggio, perché coltivare aree degradate significa contenere l’erosione, riattivare manutenzioni e presidio, riportare presenza umana dove la campagna si era svuotata. È la stessa logica che guida i piani clima, i PAESC, i progetti di adattamento: mettere insieme soluzioni che funzionano sul campo e non solo nelle slide.
Un progetto sinergico e ripetibile
Certo, un progetto così richiede regole chiare e capacità di fare squadra e su questo fronte ce ne è per tutti. Le amministrazioni possono mappare le aree marginali idonee, semplificare gli iter autorizzativi per digestione anaerobica e biometano e integrare questi impianti nei piani energetici locali. Le utility possono diventare alleate naturali per l’uso efficiente del calore e per l’integrazione in rete. Le imprese agroalimentari, infine, possono dialogare con la bioraffineria condividendo sottoprodotti e sperimentando ingredienti a impronta idrica ridotta. Ognuno fa una parte, tutti beneficiano del risultato.
Non è una promessa salvifica, è un metodo. Si parte da una pianta che chiede poco e restituisce molto, si costruisce una filiera capace di stare in piedi economicamente, si rendono visibili i benefici ambientali e sociali. Il Salento è un buon banco di prova, ma il principio è replicabile in molti territori italiani segnati da siccità, abbandono e frazionamento fondiario. Wakonda dimostra che la transizione non coincide con grandi opere lontane dalla vita quotidiana. È, più spesso, un mosaico di scelte sensate che rimettono in circolo acqua, suolo, energia e lavoro.
Se le città vogliono imparare qualcosa dal deserto, è proprio questo: la resilienza non è un mito, è una pratica. E il cactus, in questa storia, non è solo una pianta. È l’innesco di una filiera che ricuce comunità e paesaggi.
di Caterina Banella, Valuecommunications, Consulente in comunicazione della sostenibilità e media relations





